Uso qui la parola risonanza nel senso proposto dal sociologo Hartmut Rosa per indicare cosa crea le condizioni per una “buona vita”:
La buona vita, nella sua essenza, non dipende dall’estensione di ciò di cui disponiamo - denaro, ricchezza, opzioni o capacità - ma da un particolare modo di relazionarci con il mondo.
La risonanza è questo duplice movimento di af←fezione - qualcosa ci tocca dall’esterno - ed e→mozione - noi rispondiamo stabilendo così una connessione. [...] Il sé e il mondo entrano in una relazione di appropriazione: l’incontro trasforma entrambe le parti.
Queste otto proposte hanno preso forma durante il primo anno di In RISONANZA – rigenerare la capacità di connessione umana.
Puoi leggerle tutte oppure partire da quella che ti riguarda di più.
La connessione con gli altri ci fa accedere a uno stato dell’essere espanso
Un rapporto diverso con il nostro corpo richiede un cambiamento dei rapporti sociali
Saper ascoltare ha un potere trasformativo più grande di qualsiasi consiglio
Non sono i principi etici ad assicurare una buona convivenza, è il modo in cui ci trattiamo a vicenda
È la capacità di riparazione, non l’assenza di conflitti, a creare i legami
Il dolore per il mondo è una forma fondamentale di connessione con la vita
Il ruolo di chi facilita le relazioni è creare uno spazio che possa accogliere i non detti
1. La connessione con gli altri ci fa accedere a uno stato dell’essere espanso
In presenza di qualcuno di cui ci fidiamo, il cervello sembra comportarsi come se avesse più risorse a disposizione.
È una delle intuizioni alla base della Social Baseline Theory, proposta dal neuroscienziato Jim coan.
Nei suoi esperimenti, il semplice contatto con una persona di fiducia - per esempio tenersi per mano - riduce alcune risposte cerebrali associate al dolore. L’idea interessante è che la presenza dell’altro non aggiunga semplicemente una risorsa consolatoria: riduce il lavoro che il cervello deve sostenere quando affronta qualcosa da solo.
Per Coan le risorse sociali fanno parte delle risorse che il cervello presuppone normalmente disponibili.
Gli esseri umani possono vivere nei deserti, tra i ghiacci e in quasi ogni ambiente terrestre. La costante della nostra nicchia ecologica non è un clima particolare: sono gli altri esseri umani.
“Il cervello umano [...] è progettato per assumere di essere incorporato all’interno di una rete sociale relativamente prevedibile, caratterizzata da familiarità, attenzione congiunta, obiettivi condivisi e interdipendenza.”
Le relazioni ci permettono, in questo senso, di accedere a un “io espanso”: non affrontiamo il mondo disponendo soltanto delle risorse contenute dentro i confini del nostro corpo.
Per approfondire:
Perché quando ci teniamo per mano il mondo ci fa meno paura
2. Un rapporto diverso con il nostro corpo richiede un cambiamento dei rapporti sociali
“Stringi i denti”, “tieni duro”, “ingoia e manda giù”, “fatti il pelo sullo stomaco”.
In una cultura come la nostra disconnessa dal corpo, le relazioni umane rafforzano spesso la repressione di bisogni istintivi.
In assenza di riconoscimento sociale, diventa difficile perfino sentire la verità della propria esperienza, e ancora meno farla comprendere agli altri.
L’interocezione è la capacità di prestare attenzione all’esperienza interna del corpo. Le neuroscienze la chiamano l’ottavo senso, ma la sua funzione è fondamentale. E’ grazie all’interocezione che siamo in grado di leggere i segnali del corpo e sapere quando abbiamo fame, siamo stanchi, è arrivato il momento di dormire, o siamo in pericolo.
Alcune ricerche suggeriscono che quando ci sentiamo esclusi o rifiutati può diminuire anche la precisione con cui percepiamo i segnali interni del corpo.
Ha intuitivamente senso: se una parte crescente della nostra attenzione è occupata dal capire se saremo accettati - come ci guarda l’altro, che tono usa, se abbiamo detto qualcosa di sbagliato - rimane meno spazio per accorgersi di ciò che sta succedendo dentro di noi.
L’incapacità di percepire accuratamente i segnali del corpo implica anche l’incapacità di comprendere le emozioni, proprie e altrui, causando di conseguenza anche un deficit dell’empatia.
Una buona interocezione richiede una disposizione totalmente diversa, che include qualità attitudinali di non giudizio, curiosità, apertura e autocompassione. Tutte attitudini che si incontrano molto raramente negli ambienti sociali e nelle regole del successo dominanti nella nostra cultura.
Mentre la presenza accogliente e non giudicante di altri esseri umani espande la capacità di stare con sensazioni difficili, e allo stesso tempo ripara gradualmente gli effetti costrittivi delle pressioni relazionali del passato.
Per questo un rapporto diverso con il nostro corpo richiede un cambiamento sociale, non l’ennesimo invito a “respirare profondamente”.
Per approfondire:
Ingoia e manda giù
3. Saper ascoltare ha un potere trasformativo più grande di qualsiasi consiglio
Quando qualcuno ci racconta qualcosa di sé che lo preoccupa o lo ferisce, il nostro primo riflesso è offrire una soluzione.
Ma in questo modo ciò che l’altro sente smette di essere un’esperienza da incontrare e diventa un problema da correggere.
Come scrive Brené Brown “la verità è che raramente una risposta può rendere le cose migliori. Ciò che rende le cose migliori è la connessione”.
Un ascolto di qualità non ci offre soltanto conforto. Può permetterci di vedere aspetti della nostra esperienza che da soli non riuscivamo a riconoscere, e di comprendere, attraverso l’ascolto dell’altro, qualcosa di noi che prima non riuscivamo a vedere.
Alcuni dei fenomeni studiati dalle neuroscienze - dalla sincronizzazione dell’attività cerebrale tra chi parla e chi ascolta fino ai processi attraverso cui apprendimenti emotivi possono modificarsi - aiutano a capire perché essere ascoltati possa avere effetti così profondi.
In una cultura come la nostra, incentrata sul culto del prendere la parola, è controintuitivo pensare che la chiave per migliorare le relazioni sia nella capacità di ascoltare.
Ma senza la capacità di entrare davvero in ciò che l’altro vive, diventa quasi impossibile costruire relazioni, comunità, azione collettiva.
Imparare ad ascoltare potrebbe rivelarsi il singolo intervento di salute mentale e connessione sociale più trasformativo che abbiamo nelle nostre mani.
Per approfondire:
Smettila di dare consigli alla gente
4. Non sono i principi etici ad assicurare una buona convivenza, è il modo in cui ci trattiamo a vicenda
Principi etici come quelli dell’antifascismo, della permacultura, i manifesti di valori scritti da molte associazioni sono le modalità con cui solitamente cerchiamo di ricevere rassicurazioni sul comportamento umano altrui, di identificare le persone a noi simili, e di elevarci attraverso principi morali che dovrebbero rendere la società migliore.
Ma non è così che funzioniamo come esseri umani.
Darcia Narvaez è una professoressa emerita di psicologia all’Università di Notre Dame e ha dedicato la sua carriera a comprendere come la moralità umana sia profondamente modellata dall’ambiente relazionale ed affettivo dei primi anni di vita.
Ancora prima di lei, Alice Miller, ricostruendo le infanzie di personalità autoritarie come quelle di Hitler, Stalin e Mao, notava che erano accomunate da umiliazione, punizioni severe e repressione sistematica delle emozioni.
“Una persona che non ha sperimentato un affetto positivo stimolante con gli altri può sentirsi non amata e può diventare estremamente competitiva, concentrata sul rango sociale e sul potere, ed essere ipersensibile al rifiuto.
I deficit fisiologici derivanti dalle esperienze precoci, tra cui l’iperreattività allo stress, influenzano le capacità percettive, sociali e cognitive, spingendo le preferenze morali verso un’immaginazione autoprotettiva.”
Queste esperienze non avvengono solo nei primi anni di vita, sono riprodotte in tanti contesti sociali, dal bullismo a scuola, al mobbing nei luoghi di lavoro. Ma ne continuiamo a fare esperienza nella nostra società in tante altre microaggressioni che vanno dai commenti giudicanti, all’incapacità di ascolto, dal parlare alle spalle, al valorizzare le persone in base a status sociale, conformismi o performance.
La moralità umana non nasce da principi astratti, ma da come ci trattiamo ripetutamente a vicenda.
Per approfondire:
Quella lezione normalizzata sulla cattiveria per cui passiamo tuttə
5. È la capacità di riparazione, non l’assenza di conflitti, a creare i legami
Temiamo i conflitti come se fossero la tomba delle relazioni, ma è il loro evitamento quello che più spesso le fa finire.
Se una parola sbagliata crea una distanza, una divergenza di opinioni invita il silenzio, il sentirsi feritə trasforma l’altrə in pericolo, non ci potrà mai essere l’apertura e la fiducia necessarie alla connessione anche in assenza di conflitto. Saremo costrettə a reprimere o nascondere qualsiasi parte di noi che rischi di creare frizione.
Ma le relazioni per loro natura tirano fuori le emozioni più intense. L’unico modo per impedirlo è attraverso una profonda disconnessione: da noi stessə, dagli altri, o da entrambə.
Non sono i litigi a distruggere le relazioni, ma quattro comportamenti che John Gottman chiama “i quattro cavalieri dell’apocalisse”:
Criticare la persona, non il comportamento
Il disprezzo
Difendersi invece di ascoltare
Chiudersi e sparire emotivamente
Nella riparazione non sono le tecniche di comunicazione a fare la differenza. È un cambiamento di stato.
La connessione avviene quando dai monologhi paralleli sul chi ha ragione e chi ha torto si passa ad esprimere ciò che sta succedendo emotivamente e ciò di cui abbiamo bisogno.
I conflitti non sono un pericolo, ma possono diventare un sofisticato e sensibile aiuto per sintonizzarci meglio.
Per approfondire:
Se non si può rompere non è una relazione
6. Il vero significato di consenso è “sentire con”
La questione di genere e la messa sotto accusa del patriarcato, insieme alla popolarizzazione di concetti psicologici come quello di codipendenza emotiva, hanno portato a una legittima rivendicazione dei confini nei rapporti interpersonali.
Il consenso è la condizione minima della sicurezza relazionale, ma una relazione piena non consiste soltanto nel rispettare reciprocamente dei confini: consiste nella capacità di connessione.
L’etimologia della parola consenso deriva dal latino cum sentire, che significa “sentire con”.
Recuperare questa dimensione della parola non significa ridimensionare il consenso come presupposto di rispetto e autodeterminazione. Significa piuttosto includerlo all’interno di una qualità più ampia del relazionarsi, che è il vero obiettivo della sicurezza che cerchiamo per per poterci aprire agli altri.
Per approfondire:
Il vero significato di CONSENSO è "sentire con"
7. Il dolore per il mondo è una forma fondamentale di connessione con la vita
Riconnettersi alla natura non significa soltanto abbracciare alberi o ammirare paesaggi incontaminati.
Ridurla a questo significa privarsi di quello che ci connette al sistema vivente in modo autentico in questo momento storico. Che non è l’idillio, ma il dolore.
Secondo l’ecopsicologa e attivista Joanna Macy, il dolore per il mondo non è un difetto della nostra sensibilità. È una prova della nostra interconnessione.
Se soffriamo davanti alla distruzione degli ecosistemi, significa che una parte di noi è ancora in contatto con la rete della vita.
Dare spazio al lutto per la perdita non è il contrario della speranza, ma il passaggio necessario per ristabilire la connessione con “la trama della vita”.
Per approfondire:
Il dolore per il mondo è una forma di connessione
8. Il ruolo di chi facilita le relazioni è creare uno spazio che possa accogliere i non detti
Nel corso di tutta questa avventura ho attraversato momenti difficili e di scoraggiamento. Partecipazione altalenante, persone che non tornavano, feedback poco chiaro sull’efficacia delle mie proposte.
Mi aspettavo che l’efficacia di In RISONANZA si mostrasse attraverso risultati chiari: questo esercizio funziona, questa cosa mi è servita, sei bravo a facilitare.
Poi ho iniziato a riconoscerla altrove.
Nell’energia di una stanza che cambiava quando qualcuno diceva qualcosa di personale. In un’obiezione che apriva una conversazione più importante di quella che avevo preparato. In persone che trovavano parole per qualcosa che fino a poco prima non riuscivano a nominare.
Ho capito così che il ruolo di chi facilita non è produrre un cambiamento preciso e dimostrarlo.
È creare le condizioni perché possa emergere ciò che normalmente resta implicito tra le persone.
Per sua natura, questo lavoro resta in parte invisibile: appartiene alle persone che lo sperimentano, emerge dalle interazioni, si collega ai propri vissuti e si sviluppa nel tempo.
È da questa ricerca che riparte In RISONANZA a settembre:


