La fine dell’estate ha un modo particolare di riportarci davanti alla vita che facciamo.
Tornare alla routine, ritrovare persone e luoghi, pensare all'inverno che arriva, continuare a sentire gli effetti di un clima anomalo che sta già cambiando il nostro modo di vivere.
Per chi è riuscitə a prendersi delle vacanze, stare in natura, visitare luoghi nuovi o semplicemente rallentare, il ritorno alla vita normale crea spesso un senso di frizione e rifiuto. Sentiamo di dover abbandonare qualcosa che ci faceva stare bene, e non capiamo bene perché debba essere così.
Mi sembra quindi un momento propizio per coltivare la domanda: che cosa significa vivere bene?
Hartmut Rosa, un sociologo che ha lavorato a lungo su cosa rende possibile "una buona vita", sostiene che dipenda dal modo in cui siamo in relazione con il mondo.
La buona vita, nella sua essenza, non dipende dall’estensione di ciò di cui disponiamo - denaro, ricchezza, opzioni o capacità - ma da un particolare modo di relazionarci con il mondo.
La risonanza è questo duplice movimento di af←fezione - qualcosa ci tocca dall’esterno - ed e→mozione - noi rispondiamo stabilendo così una connessione. [...] Il sé e il mondo entrano in una relazione di appropriazione: l’incontro trasforma entrambe le parti.
Le relazioni umane sono ovviamente una parte costitutiva di questo rapporto con il mondo in grado di generare una vita buona. Ma non basta dire relazioni, perché le relazioni possono anche essere fonti di abusi, sofferenza, indifferenza. Credo che il punto stia nella capacita di creare una vera connessione.
Ed è stata proprio questa ricerca ad ispirare il nome del percorso che lo scorso anno ho facilitato: In RISONANZA – rigenerare la capacità di connessione umana.
Nella prima edizione di questo percorso hanno preso forma otto proposte per creare risonanza nelle relazioni umane.
Puoi leggerle tutte oppure partire da quella che ti riguarda di più.
La connessione con gli altri ci fa accedere a uno stato dell’essere espanso
Un rapporto diverso con il nostro corpo richiede un cambiamento dei rapporti sociali
Saper ascoltare ha un potere trasformativo più grande di qualsiasi consiglio
Non sono i principi etici ad assicurare una buona convivenza, è il modo in cui ci trattiamo a vicenda
È la capacità di riparazione, non l’assenza di conflitti, a creare i legami
Il dolore per il mondo è una forma fondamentale di connessione con la vita
Il ruolo di chi facilita le relazioni è creare uno spazio che possa accogliere i non detti
1. La connessione con gli altri ci fa accedere a uno stato dell’essere espanso
In presenza di qualcuno di cui ci fidiamo, il cervello sembra comportarsi come se avesse più risorse a disposizione.
È una delle intuizioni alla base della Social Baseline Theory, proposta dal neuroscienziato Jim coan.
Nei suoi esperimenti, il semplice contatto con una persona di fiducia - per esempio tenersi per mano - riduce alcune risposte cerebrali associate al dolore. Il centro della teoria non è che la presenza dell’altro ci aggiunge qualcosa che ci mancava. E’ che riduce il lavoro che il cervello deve sostenere quando affronta qualcosa da solo. In altre parole, è la solitudine che rappresenta qualcosa di anomalo per il funzionamento normale del nostro cervello, non la presenza di persone di fiducia.
Per Coan le relazioni di fiducia con altri esseri umani sono la condizione di base che il cervello umano è disegnato per aspettarsi di trovare intorno a sé.
“Il cervello umano [...] è progettato per assumere di essere incorporato all’interno di una rete sociale relativamente prevedibile, caratterizzata da familiarità, attenzione congiunta, obiettivi condivisi e interdipendenza.”
Questo è talmente radicato nella nostra neurofisiologia che diversi esperimenti dimostrano che in presenza di una persona amica il cervello percepisce come minore la pendenza di una salita. Il cervello, in altre parole, interpreta le risorse sociali come risorse bioenergetiche, proprio come l’ossigeno o il glucosio.
Quando le risorse sociali sono disponibili, siamo espansi, più grandi, più capaci di affrontare le richieste dell’ambiente.
Quando le risorse sociali sono assenti, inaffidabili o perdute, il nostro senso del sé si riduce, insieme sia all’efficacia oggettiva sia a quella soggettiva.
Le relazioni ci permettono, in questo senso, di accedere a un “io espanso”: non affrontiamo più il mondo disponendo soltanto delle risorse contenute dentro i confini del nostro corpo.
Per approfondire:
Perché quando ci teniamo per mano il mondo ci fa meno paura
2. Un rapporto diverso con il nostro corpo richiede un cambiamento dei rapporti sociali
“Stringi i denti”, “tieni duro”, “ingoia e manda giù”, “fatti il pelo sullo stomaco”.
In una cultura come la nostra disconnessa dal corpo, le relazioni umane rafforzano spesso la repressione di bisogni istintivi. E in assenza di riconoscimento sociale, diventa difficile perfino sentire la verità della propria esperienza, e ancora meno farla comprendere agli altri.
Le neuroscienze hanno recentemente introdotto un ottavo senso agli altri più comuni: l’interocezione. Descrive la capacità di prestare attenzione all’esperienza interna del corpo. E’ grazie all’interocezione che siamo in grado di sapere quando abbiamo fame, siamo stanchi, è arrivato il momento di dormire, o siamo in pericolo.
Questo senso è talmente importante che è connesso alle emozioni, che sono quello che ci motiva ad agire per rispondere a dei bisogni.
Alcune ricerche suggeriscono che quando ci sentiamo esclusi o rifiutati può diminuire anche la precisione con cui percepiamo i segnali interni del corpo.
Se una parte crescente della nostra attenzione è occupata dal capire se saremo accettati - come ci guarda l’altro, che tono usa, se abbiamo detto qualcosa di sbagliato - rimane meno spazio per accorgersi di ciò che sta succedendo dentro di noi.
L’incapacità di percepire accuratamente i segnali del corpo diventa anche incapacità di comprendere le emozioni, proprie e altrui, causando di conseguenza anche un deficit dell’empatia.
Mentre la presenza accogliente e non giudicante di altri esseri umani espande la capacità di stare con sensazioni difficili, e allo stesso tempo ripara gradualmente gli effetti costrittivi delle pressioni relazionali del passato.
E’ per questo un rapporto diverso con il nostro corpo richiede un cambiamento sociale, non l’ennesimo invito a “respirare profondamente”.
Per approfondire:
Ingoia e manda giù
3. Saper ascoltare ha un potere trasformativo più grande di qualsiasi consiglio
Quando qualcuno ci racconta qualcosa di sé che lo preoccupa o lo ferisce, il nostro primo riflesso è offrire una soluzione.
Ma in questo modo ciò che l’altro sente smette di essere un’esperienza da incontrare e diventa un problema da correggere.
Come scrive Brené Brown “la verità è che raramente una risposta può rendere le cose migliori. Ciò che rende le cose migliori è la connessione”.
Un ascolto di qualità non ci offre soltanto conforto. Può permetterci di vedere aspetti della nostra esperienza che da soli non riuscivamo a riconoscere, o di comprendere, attraverso l’ascolto dell’altro, qualcosa di noi che prima non riuscivamo a vedere.
Alcuni dei fenomeni studiati dalle neuroscienze - dalla sincronizzazione dell’attività cerebrale tra chi parla e chi ascolta fino ai processi attraverso cui apprendimenti emotivi possono modificarsi - aiutano a capire perché essere ascoltati possa avere effetti così profondi. Riscrive quello che ci aspettiamo quando ci esponiamo in modo vulnerabile agli altri.
In una cultura come la nostra, incentrata sul culto del prendere la parola, è controintuitivo pensare che la chiave per migliorare le relazioni sia nella capacità di ascoltare.
Ma imparare ad ascoltare potrebbe rivelarsi il singolo intervento di salute mentale e connessione sociale più trasformativo che abbiamo nelle nostre mani.
Per approfondire:
Smettila di dare consigli alla gente
4. Non sono i principi etici ad assicurare una buona convivenza, è il modo in cui ci trattiamo a vicenda
Principi etici come quelli dell’antifascismo, della permacultura, i manifesti di valori scritti da molte associazioni sono le modalità con cui solitamente cerchiamo di ricevere rassicurazioni sul comportamento umano altrui, di identificare le persone a noi simili, e di elevarci attraverso principi morali che dovrebbero rendere la società migliore.
Ma non è così che funzioniamo come esseri umani.
Darcia Narvaez è una professoressa emerita di psicologia all’Università di Notre Dame e ha dedicato la sua carriera a comprendere come la moralità umana sia profondamente modellata dall’ambiente relazionale ed affettivo dei primi anni di vita.
“Una persona che non ha sperimentato un affetto positivo stimolante con gli altri può sentirsi non amata e può diventare estremamente competitiva, concentrata sul rango sociale e sul potere, ed essere ipersensibile al rifiuto.
I deficit fisiologici derivanti dalle esperienze precoci, tra cui l’iperreattività allo stress, influenzano le capacità percettive, sociali e cognitive, spingendo le preferenze morali verso un’immaginazione autoprotettiva.”
Queste esperienze non avvengono solo nei primi anni di vita, sono riprodotte in tanti contesti sociali, dal bullismo a scuola, al mobbing nei luoghi di lavoro. Ma ne continuiamo a fare esperienza nella nostra società in tante altre microaggressioni che vanno dai commenti giudicanti, all’incapacità di ascolto, dal parlare alle spalle, al valorizzare le persone in base a status sociale, conformismi o performance, passando per i tanti meccanismi di oppressione ed esclusione messi in luce negli ultimi anni come razzismo sistemico, patriarcato, abilismo e etaismo.
La moralità umana non nasce da principi astratti, ma da come ci trattiamo ripetutamente a vicenda.
Per approfondire:
Quella lezione normalizzata sulla cattiveria per cui passiamo tuttə
5. È la capacità di riparazione, non l’assenza di conflitti, a creare i legami
Temiamo i conflitti come se fossero la tomba delle relazioni, ma è il loro evitamento quello che più spesso le fa finire.
Se una parola sbagliata crea una distanza, una divergenza di opinioni invita il silenzio, il sentirsi feritə trasforma l’altrə in pericolo, non ci potrà mai essere l’apertura e la fiducia necessarie alla connessione anche in assenza di conflitto. Saremo costrettə a reprimere o nascondere qualsiasi parte di noi che rischi di creare frizione.
Ma le relazioni per loro natura tirano fuori le emozioni più intense. L’unico modo per impedirlo è attraverso una profonda disconnessione: da noi stessə, dagli altri, o da entrambə.
Non sono i litigi a distruggere le relazioni, ma quattro comportamenti che John Gottman chiama “i quattro cavalieri dell’apocalisse”:
Criticare la persona, non il comportamento
Il disprezzo
Difendersi invece di ascoltare
Chiudersi e sparire emotivamente
Nella riparazione non sono le tecniche di comunicazione a fare la differenza. È un cambiamento di stato.
La connessione avviene quando dai monologhi paralleli sul chi ha ragione e chi ha torto si passa ad esprimere ciò che ci ferisce emotivamente e ciò di cui abbiamo bisogno.
I conflitti non sono un pericolo, possono diventare un sofisticato e sensibile aiuto per sintonizzarci meglio.
Per approfondire:
Se non si può rompere non è una relazione
6. Il vero significato di consenso è “sentire con”
La questione di genere e la messa sotto accusa del patriarcato, insieme alla popolarizzazione di concetti psicologici come quello di codipendenza emotiva, hanno portato a una legittima rivendicazione dei confini nei rapporti interpersonali.
Il consenso è la condizione minima della sicurezza relazionale, ma una relazione piena non consiste soltanto nel rispettare reciprocamente dei confini: consiste nella capacità di connessione.
L’etimologia della parola consenso deriva dal latino cum sentire, che significa “sentire con”.
Recuperare questa dimensione della parola non significa ridimensionare il consenso come presupposto di rispetto e autodeterminazione. Significa piuttosto includerlo all’interno di una qualità più ampia del relazionarsi, che è il vero obiettivo della sicurezza che cerchiamo per per poterci aprire agli altri.
Per approfondire:
Il vero significato di CONSENSO è "sentire con"
7. Il dolore per il mondo è una forma fondamentale di connessione con la vita
Secondo l’ecopsicologa e attivista Joanna Macy, il dolore per il mondo non è un difetto della nostra sensibilità. È una prova della nostra interconnessione.
Se soffriamo davanti alla distruzione degli ecosistemi, significa che una parte di noi è ancora in contatto con la rete della vita.
Riconnettersi alla natura non significa soltanto abbracciare alberi o ammirare paesaggi incontaminati.
Ridurla a questo significa privarsi di quello che ci connette al sistema vivente in modo autentico in questo momento storico. Che non è l’idillio, ma il dolore.
Dare spazio al lutto per la perdita non è il contrario della speranza, ma il passaggio necessario per ristabilire la connessione con “la trama della vita”.
Per approfondire:
Il dolore per il mondo è una forma di connessione
8. Il ruolo di chi facilita le relazioni è creare uno spazio che possa accogliere i non detti
Nel corso di tutta questa avventura del creare e condurre un percorso sulle relazioni umane, ho attraversato momenti difficili e di scoraggiamento. Partecipazione altalenante, persone che non tornavano, feedback poco chiaro sull’efficacia delle mie proposte.
Mi aspettavo che l’efficacia di In RISONANZA si mostrasse attraverso risultati chiari: questo esercizio funziona, questa cosa mi è servita, sei bravo a facilitare.
Ma non arrivava quasi mai così.
Arrivava con l'accoglienza degli incontri nella casa di un'amica, il numero di partecipanti che anche quando più ridotto sembrava sempre perfetto per il tipo di esperienza, alcunə partecipanti che hanno voluto co creare insieme a me alcuni incontri.
E ancora, quando per fare una demo di una pratica che mi sembrava causasse confusione dovevo mettermi in gioco invece di lavorare su esempi inventati, e l'energia della stanza cambiava. Quando un'osservazione critica che temevo facesse crollare improvvisamente l'impalcatura della formazione che avevo preparato, suscitava una discussione che spiegava meglio di qualsiasi mia parola quello che avrei voluto far emergere. Quando incontravo per caso una persona che mi diceva di aver letto uno dei miei articoli, mesi dopo la pubblicazione, e che l'aveva aiutata a capire qualcosa sulle relazioni.
Ho capito così che il ruolo di chi facilita non è produrre un cambiamento preciso e dimostrarlo.
È creare le condizioni perché possa emergere ciò che normalmente resta implicito tra le persone.
Per sua natura, questo lavoro resta in parte invisibile: appartiene alle persone che lo sperimentano, emerge dalle interazioni, si collega ai propri vissuti e si sviluppa nel tempo.
È da questa ricerca che riparte In RISONANZA a settembre:
https://rigenerazionale.eo.page/inrisonanza


