Se non si può rompere non è una relazione
È la capacità di riparazione, non l’assenza di conflitti, a creare i legami
Temiamo i conflitti come se fossero la tomba delle relazioni, ma è il loro evitamento quello che più spesso le fa finire.
Se una parola sbagliata crea una distanza, una divergenza di opinioni invita il silenzio, il sentirsi feritə trasforma l’altrə in pericolo, non ci potrà mai essere l’apertura e la fiducia necessarie alla connessione anche in assenza di conflitto. Saremo costrettə a reprimere o nascondere qualsiasi parte di noi che rischi di creare frizione.
Ma le relazioni per loro natura tirano fuori le emozioni più intense. L’unico modo per impedirlo, è attraverso una profonda disconnessione: da noi stessə, dagli altri, o da entrambə.
E’ possibile vivere i conflitti in un altro modo, non come pericolo, ma come segnali di disallineamento naturali in ogni dinamica relazionale, un sofisticato e sensibile aiuto per sintonizzarci meglio?
“Quando accetti che non sarai mai completamente in sintonia con un’altra persona, ti apri all’intimità”. Ed Tronick
In questo articolo parlo di:
dinamiche che rendono i conflitti distruttivi
movimenti fondamentali che ognuno di noi può fare per trasformarle
come le strategie troppo focalizzate sulla buona comunicazione non colgono di quello che fa funzionare le relazioni
e perché questa competenza riguarda l’intera società, non solo le coppie.
Cosa temiamo davvero
Evitiamo i conflitti per la sensazione fisica che ci danno. Quella sensazione spiacevole che è difficile scrollarsi di dosso e che poi per giorni resterà associata alla presenza di quella persona, senza darci scampo. Quindi più ci è vicina, più cerchiamo di evitare di litigarci.
Ma dietro quell’attivazione così potente si nasconde una paura ancora più ancestrale.
La perdita della relazione.
Come affermano alcuni esperti, “le rotture relazionali provocano agonia”.1 Questo perché, come spiega Susan Johnson, psicologa delle relazioni di cui parlerò meglio fra un momento, “uno dei bisogni umani più fondamentali è quello di avere una connessione emotiva sicura, un attaccamento, con chi ci è più vicino”.2
Quando i partner si sentono emotivamente disconnessi, subentra un “panico primordiale” che li spinge a reagire in due modi principali per autoproteggersi: attacando e criticando (per forzare una risposta), oppure ritirandosi e chiudendosi (per sfuggire al dolore).3 Pian piano queste strategie difensive si trasformano in atteggiamenti tossici per la relazione, quelli che Susan Johnson chiama “dialoghi demoniaci”.4
Quando invece le persone scoprono che l’altrə non le abbandonerà di fronte al disaccordo e alla rabbia, abbassano le difese. Come scrive Gabrielle Revlock, “il tipo di audacia che mi interessa genera disaccordo senza disimpegno: questa è una connessione autentica.”5
La regola del 70/30
Siamo cresciutə con la convinzione che nelle relazioni ideali si è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Ma analizzando la relazione fusionale per eccellenza, quella madre-bambino, gli scienziati hanno scoperto qualcosa di illuminante.
Lo psicologo Ed Tronick, famoso per il video dell’esperimento del volto immobile,6 attraverso un’analisi certosina fotogramma per fotogramma di ore di filmati che ritraevano le interazioni quotidiane tra madri e neonati, ha scoperto quella che oggi conosciamo come la “Regola del 70/30”.
Contrariamente al mito dell’armonia perfetta, Tronick ha dimostrato che persino nei casi più sani e felici, mamma e bambino erano fuori sincrono per circa il 70% del tempo, restando in sintonia solo per il restante 30%. Il disallineamento quotidiano si manifesta in micro-momenti comuni, come quando un genitore cerca l’attenzione di un neonato distratto da un gioco o il bambino si scosta fisicamente da un contatto.
La ricerca ha rivelato che queste discrepanze non sono fallimenti, ma una funzione necessaria allo sviluppo. I casi migliori non avvengono quando non si riscontra disallineamento, ma quando la madre è in grado di ripararlo. Il processo segue un ciclo preciso: dopo la perdita della sintonia emotiva, un segnale riparatore - come un sorriso, un gesto o una variazione nel tono di voce - ristabilisce la connessione.7
Questa ripetizione costante educa il sistema nervoso alla sicurezza del legame.
Seguendo la metafora del Kintsugi, una relazione riparata con l’oro della riparazione è più forte e preziosa di una che non si è mai rotta.
Questa trasformazione non è frutto del caso, ma della comprensione della danza neurobiologica che avviene tra noi e l’altro.
I cavalieri dell’apocalisse
Nel linguaggio comune ci riferiamo a certi comportamenti come “passivo aggressivi”, e sono questi, non i conflitti, ad essere la tomba delle relazioni.
John Gottman è uno degli studiosi più citati e influenti al mondo quando si parla di terapia di coppia e divulgazione psicologica sulle relazioni.8 Professore emerito di psicologia all’Università di Washington, ha fondato il celebre “Love Lab”, uno spazio di ricerca in cui ha studiato per decenni le interazioni concrete tra partner, cercando pattern affidabili sui processi che anticipano la rottura.
Da questo lavoro nasce la sua immagine ormai celebre dei “quattro cavalieri dell’apocalisse”,9 quattro modalità comunicative che, quando diventano abituali, predicono con accuratezza la fine della relazione: critica, disprezzo, atteggiamento difensivo e chiusura emotiva.10
Come scrive Susan Johnson:
Secondo uno studio molto autorevole condotto da Ted Huston dell’Università del Texas, la mancanza di reattività emotiva, piuttosto che il livello di conflitto, è il miglior indicatore della solidità di un matrimonio dopo cinque anni.
Ma come se ne esce?
Ci sono varie tecniche sviluppate dalle varie scuole di psicologia, soprattutto nel lavoro con le coppie, ma alla base le “mosse fondamentali” consistono in queste due cose:
Disinnescare il ciclo della reattività per consentire di osservare e non essere trascinati dalle risposte automatiche del sistema nervoso.
Portare in primo piano le ferite e i bisogni emotivi, più che chi ha ragione e chi ha torto.
Stringimi forte
L’Emotionally Focused Therapy (EFT), nata negli anni ‘80 dalle intuizioni di Susan Johnson e Leslie Greenberg - e che Johnson ha poi sintetizzato nel libro che dà il titolo a questa sezione - è un approccio supportato da una solida evidenza empirica che rivoluziona la terapia individuale e di coppia vedendo l’intimità come un legame di attaccamento.
Al cuore di ogni conflitto non c’è il disaccordo sui soldi o su chi deve fare cosa, ma la domanda di attaccamento: “Ci sei per me?”. Si tratta di un bisogno fondamentale iscritto nella neurofisiologia degli esseri umani.
Secondo questo modello la rabbia reattiva, il criticare pesantemente l’altro, il ritiro nel silenzio, il diventare freddi e distaccati, l’ironia sarcastica, sono “emozioni reattive di superficie” che emergono per mascherare la vulnerabilità delle emozioni primarie.
Finché restano in forma puramente reattiva, questi stati emotivi segnalano la rottura ma bloccano la riconnessione. Creano “monologhi paralleli” dove entrambi cercano di giustificare la propria posizione secondo riferimenti esterni astratti di giusto e sbagliato, vero o falso, senza mai passare a un riferimento interno toccando il cuore della disconnessione.
La vera connessione avviene quando si inizia a comunicare i propri bisogni primari. Emozioni vulnerabili come paura di perdere la persona amata, solitudine, vergogna, senso di invisibilità. Questo livello permette all’altrə di vedere il nostro bisogno umano invece della nostra corazza.
Qualcosa tipo il passaggio da questo:
“Sei sempre in ritardo! È una mancanza di rispetto incredibile, sei un egoista!”
A questo:
“Quando arrivi mezz’ora dopo l’orario stabilito senza avvisare, sento una morsa allo stomaco. In quel momento mi sento invisibile e non voluto. Ho la sensazione che il mio tempo e la nostra serata non abbiano valore per te.”
E’ parte del processo che nella Terapia focalizzata sulle emozioni viene chiamato tango. Se non cambi la musica (l’emozione), non puoi cambiare i passi della danza (l’interazione).
Più che comunicazione, stato di coscienza
Tuttə noi facciamo esperienza di conflitti in cui perdiamo equilibrio emotivo e che ci possono trascinare in spirali di recriminazione reciproca.
La psicologa Jordan Dann ha forgiato un’espressione efficace: “se è isterico, è storico.”11
Susan Johnson parla dei nostri “nervi scoperti” come “un’ipersensibilità formatasi attraverso momenti in cui un bisogno di attaccamento è stato ripetutamente trascurato, ignorato o sminuito”. Per Lindsey Lockett sono “l’eco di un bambino che ancora implora di essere visto, ascoltato e non lasciato indietro”.12
Ma è possibile in una relazione adulta farsi carico di queste ferite del passato? Secondo questi approcci, non solo è possibile, ma è uno dei motivi per cui la capacità di navigare i cicli di rottura e riparazione può essere così trasformativo.
Le nostre aspettative sulle relazioni - il senso fondamentale di sicurezza o insicurezza, sentirsi benvenutə o meno, facilità o difficoltà nell’esprimere bisogni e richieste, sentirci vistə - si formano nei primissimi anni di vita in quella che viene definita “memoria implicita”, registrata dal cervello limbico prima che la capacità della memoria cosciente si formi.
Poiché sono codificate prima che il cervello sviluppi la capacità di cogliere il tempo lineare, queste aspettative - tecnicamente chiamate predizioni - vivono nel nostro corpo come stati ancora attuali.
Per aggiornare questi schemi, occorre riattivare uno stato di coscienza simile a quello che ha codificato quelle memorie, permettendo a nuove esperienze di relazione sicura di “atterrare” nel sistema di attaccamento, dove risiedono le impressioni sensoriali del sentirsi accolti o minacciati.
Jessica Montgomery, terapeuta e trainer del metodo somatico Hakomi, sostiene che la riparazione avviene in quello che chiama il “momento presente che traspira”, una finestra di 7-10 secondi in cui la connessione avviene a livello limbico e sensoriale, bypassando il filtro analitico. Invece di parlare del passato o del futuro, si tratta di “sentire ciò che sta accadendo qui e ora, dentro di noi e tra noi”.13
Nella riparazione l’obiettivo non dovrebbe essere applicare una tecnica comunicativa, ma facilitare uno stato di flusso in cui le parti si sentono “viste” e “tenute”.
Come si chiede Jessica Montgomery:
Come sarebbe riuscire a connettersi prima di cercare di capire le cose? Quanto potrebbe essere diverso il “capire” se prima trovassimo un po’ di sintonizzazione reciproca?14
Tutto questo non significa che non sia importante cosa diciamo e come lo diciamo, né che sia sempre possibile o appropriato cercare una connessione emotiva con chi ci ha ferito.15
Nell’articolo “Ti va di imparare a chiedere scusa?” ho approfondito alcune delle modalità comunicative più efficaci per riparare le rotture relazionali assumendosi la responsabilità del proprio contributo. Jordan Dann fornisce una buona sintesi quando dice: “Io sono responsabile del mio comportamento; tu sei responsabile dei tuoi sentimenti”.
Inoltre questa domenica, se sei a Roma, potrai partecipare a una formazione esperienziale su come navigare rotture e riparazioni nelle relazioni.
Dalla terapia di coppia alla trasformazione sociale
In questo articolo ho citato molte autrici e autori focalizzati sui conflitti nelle relazioni di coppia. Il grande limite della terapia individuale è quello di prendere i rapporti e le dinamiche sociali come dati, e cercare di renderli meno disfunzionali.
Ma coppia e relazioni vanno urgentemente disaccoppiati come concetti.
Abbiamo un bisogno vitale di relazione, e confinare questo bisogno alle relazioni di coppia significa depotenziare enormemente il potenziale trasformativo della connessione umana e privare un numero crescente di persone - che non sono in una relazione di coppia o che ne rifiutano la normatività - dell’accesso a relazioni sicure e soddisfacenti.
Viviamo in un’epoca che unisce il grado di disconnessione umana più elevato mai riscontrato nella storia con un bisogno crescente di relazione in ogni ambito della vita sociale, quanto più si approfondiscono le crisi sistemiche che attraversano il mondo. È per questo che la capacità di riparazione è una competenza essenziale per la trasformazione sociale.
Come scrive Lindsey Lockett:
In questa nuova era, la forza delle vostre reti relazionali conta più della solidità dei vostri muri. Essere in grado di custodire la propria verità rimanendo in connessione sarà una delle competenze più necessarie per la leadership, per la guarigione e per restare umani.
Se sei arrivatə fin qui, le relazioni umane ti stanno davvero a cuore - e probabilmente sai già che questo non è un tema secondario.
Qui trovi il programma del percorso In RISONANZA - rigenerare la capacità di connessione umana. Come detto, il prossimo incontro riguarda proprio Rottura e riparazione.
Se lasci la tua email, potrebbe non essere l’ultima volta che leggi miei articoli su questo tema:
“Data la fisiologia a circuito aperto dei mammiferi e la loro dipendenza dalla regolazione limbica, le interruzioni dell’attaccamento sono pericolose. E così è: come un ginocchio rotto o una cornea graffiata, le rotture delle relazioni infliggono agonia”. Lewis, Thomas, Fari Amini, e Richard Lannon, “A general theory of love”, New York, NY: Vintage, 2000.
Susan Johnson, in un suo memoir racconta di come le coppie che si rivolgevano a lei “avevano cercato aiuto terapeutico perché si trovavano in uno stato di angoscia e terrore. Probabilmente la relazione umana più importante della loro vita stava morendo, e tutto ciò che facevano o cercavano di fare sembrava solo accelerarne la fine”. Susan Johnson, “Are You There for Me?”, Psychotherapy Networker, 9 /10 2006
“Per chi, come noi, ha legami più deboli o fragili, la paura può diventare travolgente. Veniamo sopraffatti da quello che il neuroscienziato Jaak Panksepp della Washington State University definisce ‘panico primordiale’”. Johnson, Susan, “Stringimi forte: Sette passi per una vita piena d’amore”, Raffaello Cortina Editore, 2022
Susan Johnson individua tre dinamiche disfunzionali ricorrenti nei conflitti di coppia: 1) “Trova il cattivo”, che potrebbe altrettanto facilmente intitolarsi “non sono io, sei tu”. 2) La “Polka di protesta” è più sottile: un partner è esigente, protesta attivamente contro la disconnessione; l’altro si ritira, protestando silenziosamente contro la critica implicita. 3) “Congelarsi e fuggire” quando sembra non esserci più nulla in gioco, nessuno sembra essere coinvolto nella danza. Ognuno è in modalità di autodifesa, cercando di comportarsi come se non provasse nulla e non avesse bisogno di nulla. (Cfr. Stringimi forte)
Gabrielle Revlock, “Hot takes for warm encounters”, Deep Play Institute, 11 gennaio 2026
Alla fine degli anni Settanta, lo psicologo americano Edward Tronick elabora il famoso esperimento del “volto immobile” evidenziando la necessità della "sintonizzazione emotiva" per lo sviluppo sano della regolazione emotiva nel bambino
Gold, Claudia M., e Ed Tronick, “The power of discord: Why the ups and downs of relationships are the secret to building intimacy, resilience, and trust”, Hachette UK, 2020
Critica: Non è una lamentela su un comportamento specifico, ma un attacco alla persona. Esempio: invece di dire “mi ha dato fastidio che tu sia arrivato tardi”, si dice “sei sempre il solito egoista”. Disprezzo: È il più distruttivo. Include sarcasmo, derisione, superiorità, umiliazione, occhi al cielo, tono sprezzante. Comunica: “ti considero inferiore”. Atteggiamento difensivo: Quando una persona non ascolta davvero il problema, ma si giustifica, contrattacca o si presenta come vittima. Esempio: “non è colpa mia, sei tu che esageri”. Chiusura emotiva (stonewalling): Quando uno dei due si ritira, si chiude, risposte monosillabiche, evita il contatto o sembra “spegnersi” durante il conflitto
Jordan Dann, “The Art of Rupture and Repair”, webinar, novembre 2024. Vedi anche: https://jordandann.com/
Lindsey Lockett, “Guide to Rupture and Repair”, self published
“Building Connection Through Mindful Presence with Jessica Montgomery”, The Embody Lab
Jessica Montgomery, “Relational Immediacy: Connection in the Transpiring Present Moment”, webinar, novembre 2024.
Secondo Lindsey Lockett, ad esempio, in queste 6 circostanze la riparazione non è possibile né sicura: 1. L’altra persona rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità, 2. Ti senti spintə a “sistemare tutto” per far sì che l’altra persona resti, 3. L’altra persona usa la tua vulnerabilità contro di te, 4. Lo schema si ripete senza alcun cambiamento, 5. Il lavoro di riparazione ricade sempre su di te, 6. Il tuo corpo dice no (Lindsey Lockett, “Guide to Rupture and Repair”, self published)


