Il dolore per il mondo è una forma di connessione
Perché il lutto non è il contrario della speranza, ma il passaggio necessario per ristabilire la connessione con la Terra
“Ciò che abbiamo più bisogno di fare è ascoltare dentro di noi gli echi della Terra che piange.” Thich Nhat Hanh
L’ultimo incontro di In RISONANZA - il percorso che facilito per rigenerare la capacità di connessione umana in un’epoca di policrisi - sarà dedicato alla riconnessione con la natura.
E non abbracceremo alberi, né ammireremo paesaggi incontaminati. Saremo invece in un parco circondato da strade e cemento.
In questo incontro non partiremo dalla natura come paesaggio idilliaco, né dalla connessione come meraviglia e benessere.
Partiremo invece dal lutto.
Perché quella con la natura è una delle connessioni che abbiamo perso come cultura umana. E non fingeremo il contrario improvvisando rituali sciamanici o esperienze sensoriali.
Partiremo dalla perdita. Degli ecosistemi, di un clima in equilibrio (il caldo di fine giugno farà parte del pacchetto), di paesaggi ricchi di vita, acqua e biodiversità. E ancora di più, dalla perdita della nostra capacità di essere in risonanza e custodi responsabili di tutto questo.
Se non sai piangere per il mondo, non puoi occupartene
Una parte della cultura ecologica contemporanea rischia di trasformare la connessione con la natura in una forma di benessere individuale.
Stare nella natura per calmarsi.
Camminare nella natura per ridurre lo stress.
Tornare alla natura per ritrovare equilibrio.
Sono esperienze importanti. Ma, da sole, non bastano.
Perché la natura non è semplicemente un ambiente esterno in cui recuperare energie. È il sistema vivente da cui dipende ogni forma della nostra esistenza.
Secondo l’ecopsicologa e attivista Joanna Macy, il dolore per il mondo non è un difetto della nostra sensibilità. È una prova della nostra interconnessione.
Se soffriamo davanti alla distruzione degli ecosistemi, significa che una parte di noi è ancora in contatto con la rete della vita.
Questo rovescia il modo abituale in cui interpretiamo ecoansia, lutto ecologico e disperazione climatica.
Oggi siamo esposti continuamente a notizie catastrofiche: collasso eco-climatico, guerre, deforestazione, siccità, alluvioni, migrazioni forzate, estinzioni, oppressioni, territori resi invivibili.
Ma questa esposizione avviene quasi sempre in solitudine. Il nostro sistema nervoso riceve segnali enormi, ma il contesto in cui li riceve non permette quasi mai di digerirli.
Così il dolore resta senza luogo.
E diventa paralisi, cinismo, indifferenza. Oppure viene immediatamente coperto da un bisogno di soluzione: tecnologie, campagne, programmi, strategie.
Ma ci sono momenti in cui la fretta di trovare una soluzione diventa un modo per non sentire.
Donna Haraway ha parlato della necessità di “stare con il problema”: restare a contatto con ciò che inquieta, senza scappare subito verso una risposta. Non perché le risposte non servano, ma perché davanti alla portata degli sconvolgimenti in corso le nostre risposte rischiano di essere formulate all’interno della mentalità che ha causato il problema in prima istanza.
Prima ancora di sapere cosa fare, è necessario tornare a sentire la nostra interconnessione con il vivente. Prima di fare, occorre ristabilire una relazione autentica.
La ricercatrice di origini indigene Vanessa Andreotti, PhD, in un libro che rappresenta un sistema di navigazione indispensabile per attraversare il momento storico che stiamo vivendo, scrive:
Prima che possa accadere qualcosa di diverso, prima che le persone possano percepire, ascoltare, relazionarsi e immaginare in modo diverso, è necessario fare spazio. Attraversare un’iniziazione verso ciò che non può essere conosciuto in anticipo. E lasciare andare il desiderio di certezza, di autorità, di gerarchia, e anche il consumo insaziabile come modalità di relazione con ogni cosa.
Avremo bisogno di una separazione autentica, capace di infrangere proiezioni, anticipazioni, speranze e aspettative, per ritrovare qualcosa che abbiamo perduto: qualcosa su noi stessi, sul tempo e sullo spazio, sulla profondità del disastro in cui siamo immersi, sui veleni e sulle medicine che portiamo dentro di noi.
Questo riguarda il dolore. Riguarda la morte. Riguarda il trovare una bussola, un antidoto all’illusione della separatezza.
Perché parlare di collasso
Molte parole usate per descrivere ciò che sta accadendo al pianeta sembrano ormai insufficienti.
“Cambiamento climatico” è un’espressione troppo neutra. Comunica una variazione, non una frattura.
“Crisi climatica” restituisce meglio la gravità della situazione, ma continua a suggerire l’idea di una fase temporanea che può essere risolta, superata, riportata alla normalità.
“Collasso” indica qualcosa di più radicale: qualcosa che è stato perduto o sarà presto perso in modo irrevocabile e definitivo.
Collasso è un termine che provoca panico perché la modernità ci ha abituato a pensare che tutto sia sostituibile, superabile, risolvibile. Che la perdita sia sempre evitabile o temporanea.
Ma viviamo in un mondo finito, resiliente, ma interdipendente, basato su condizioni di equilibrio che se vengono spinte troppo oltre, innescano processi non lineari di cambiamento di stato.
Sono quelli che nella scienza del clima vengono definiti “punti di non ritorno”.
Secondo Joanna Macy, come società siamo intrappolati tra il sentimento di un’apocalisse imminente e la paura di riconoscerla.
Il “Lavoro che riconnette”
A facilitare questo incontro sarà il ricercatore dell’Università di Bologna e attivista di Extinction Rebellion Pietro Corazza, insieme a Agustina Ochoa del Collettivo Le ife. Useranno il “Lavoro che riconnette“ ideato dall’ecopsicologa Joanna Macy, per guidarci nei territori del lutto ecologico, e dell’attivazione della speranza che questo rende possibile.
Il Lavoro che riconnette, come spiega Pietro Corazza nel suo libro “Coltivare speranza in un pianeta al collasso”, è un laboratorio di elaborazione emotiva, riflessione, meditazione, consapevolezza e attivazione corporea, che ha lo scopo di “aiutare le persone a scoprire e sperimentare le loro connessioni innate con gli altri e i poteri di auto-guarigione della rete della vita, trasformando la disperazione e il senso di impotenza in forme di azione ispirate e collaborative”.
Nasce dall’incontro tra teorie dei sistemi viventi, ecologia profonda, teoria Gaia, ecopsicologia, buddismo tibetano e attivismo.
La speranza attiva non nasce dal convincersi che andrà tutto bene. Nasce dal riconoscere che la nostra partecipazione alla vita non dipende dalla garanzia del risultato.
Non basta informarsi di più.
Non basta regolare meglio le proprie emozioni.
Non basta fare scelte individuali più sostenibili.
Il collasso eco-climatico non riguarda soltanto la natura. Riguarda il modo in cui siamo stati separati dalla natura, dagli altri esseri umani, dal corpo, dal limite, dalla morte, dalla dipendenza reciproca, dalla responsabilità verso ciò che rende possibile la vita.
Per questo la riconnessione non può essere soltanto un’esperienza individuale.
È un compito culturale. Relazionale. Politico. Riguarda la nostra capacità di far fronte al presente.
Coltivare speranza in un pianeta al collasso – Un laboratorio sul lavoro che riconnette
🗓️ Domenica 21 giugno
🕒 10:00–18:00
📍 Parco Bergamini / Caffè Bruciato - Roma
💶 Contributo libero 10–25€
Per chi desidera approfondire il retroterra teorico del laboratorio, la sera precedente Pietro Corazza presenterà il suo libro insieme all’ecopsicologa Camilla Gamba.
Un incontro dedicato a collasso eco-climatico, ecoansia, lutto ecologico e alle possibilità di speranza e azione dentro un tempo di profonde trasformazioni.
Un’altra fine del mondo è possibile
🗓️ Sabato 20 giugno
🕒 20:00–22:00
📍 Latte Bookstore – Città dell’Altra Economia, Roma


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