Smettila di dare consigli alla gente
Se vuoi davvero trasformare le vite degli altri, fai questo invece
Se anche tu sei cresciutə in questa epoca storica, sospetto che nella vita non ti siano mancate opinioni altrui su come potresti essere una persona migliore. Genitori, insegnanti, amici, colleghi, coach, guru, caroselli instagram e via dicendo.
Quello che è invece raro trovare è la sensazione di essere davvero compresə dagli altri, l’esperienza di poterci rivelare anche nei nostri pensieri e stati emotivi più scomodi senza sentirci un attimo dopo correttə, respintə o ignoratə.
Eppure, quando tra conversazioni sul più è sul meno qualcunə ha il coraggio di dire come sta davvero ad alta voce, il primo riflesso è quello di fornirgli una soluzione al suo problema.
Quello che sembra un tentativo di aiutare, nella realtà invia agli altri questo messaggio: “non vai bene così come sei, devi essere una persona diversa per essere accettabile”. Oppure: “non voglio stare con te in questo stato d’animo, devi uscirne”.
L’effetto è sempre quello di portare le persone fuori dalla loro esperienza della realtà, invece che fargli sentire che qualcun altrə è dispostə ad entrarci per condividerla.
Qui descrivo un altro tipo di ascolto.
Sostengo che abbia un potere trasformativo più di qualsiasi parola.

La grammatica della disconnessione
Durante uno degli incontri che sto facendo con i partecipanti a In RISONANZA, una persona mi racconta così il modo in cui si sente nella maggior parte delle conversazioni:
Quando esco in gruppo finisco per percepire subito che la maggior parte della comunicazione è un parlare per ottenere un riconoscimento dagli altri, per mostrarsi, o anche per nascondersi, la propria vulnerabilità. La maggior parte delle conversazioni sono un “ti ascolto solo per trovare qualcosa a cui agganciarmi per dire una cosa io, poi tu fai lo stesso”. Non c’è connessione.
Quello che penso o sento veramente mi sembra di non poterlo dire, non so mai se è abbastanza sicuro farlo, per cui lo tengo per me, ma questo finisce poi per portarmi a chiudere e non voler uscire più.
Ascoltare questa descrizione mi ha fatto sentire meno solo in questa esperienza ricorrente.
Ma come si fa ad avere una connessione più autentica con le persone che frequentiamo?
La nostra cultura ci porta a concentrarci sul parlare: esprimere di più quello che sentiamo, tirar fuori la propria voce, trovare argomenti in comune di conversazione.
Ma se la risposta fosse invece nel modo in cui ascoltiamo?
La psicologa Leslie Ellis ha scritto un bellissimo articolo che ha intitolato “La sottile medicina dell’essere ascoltati”,1 dove descrive una dinamica molto simile:
C’era ben poco ascolto nella stanza, solo esibizione, interruzioni e il ritmo già collaudato di posizioni già formate. Sembrava l’opposto della comunicazione.
Nello stesso articolo, fornisce una descrizione molto precisa anche di cosa ci succede a livello somatico quando viene meno l’ascolto:
Non è qualcosa di drammatico o spettacolare, eppure quando manca il corpo riconosce immediatamente la perdita. La maggior parte di noi conosce quel momento silenzioso in cui qualcosa dentro di noi sprofonda mentre stiamo parlando da un luogo tenero o vivo dentro di noi e l’attenzione di chi ascolta comincia a vagare. I suoi occhi si velano leggermente, la sua energia si sposta altrove, e qualcosa dentro di noi crolla. Le parole perdono calore. Ciò che stava prendendo forma e significato comincia ad assottigliarsi e svanire.
Uno sguardo assente, cambiare argomento, interrompere, sminuire… sono tutti segnali di perdita di connessione che portano il nostro sistema nervoso a perdere il senso di sicurezza, e di conseguenza a chiudersi.
Più difficile è rintracciare la stessa disconnessione quando sembra che stiamo facendo qualcosa di utile agli altri, come quando diamo consigli.
Cercare di cambiare l’esperienza altrui
“Dovresti smetterla di…”
“Dovresti essere più…”
“E’ per questo che non riesci mai a…”
Sono inizi di frasi che suonano familiari?
E’ perché ne facciamo esperienza quasi quotidianamente. Le consideriamo modi per spronarci a vicenda ad essere la versione migliore di noi stessə.
Spesso sono animate da buone intenzioni, ma ogni volta che cerchiamo di far sentire meglio gli altri offrendo consigli, non ci stiamo più relazionando con loro nell’esperienza del momento presente.
Brené Brown descrive molto bene la differenza, quando mette in contrapposizione la commiserazione all’empatia in un suo intervento trasformato in un video di animazione virale.2
L’empatia è una scelta, ed è una scelta vulnerabile. Per potermi connettere con te devo connettermi con qualcosa dentro di me che conosce quella sensazione.
Una delle cose che facciamo a volte quando ci troviamo davanti a conversazioni molto difficili è cercare di aggiustare le cose. Ma se condivido con te qualcosa di molto difficile, preferirei che tu dicessi:
“Non so neanche cosa dire. Sono solo molto contento che tu me l’abbia raccontato.”
Perché la verità è che raramente una risposta può rendere le cose migliori. Ciò che rende le cose migliori è la connessione.
La connessione non è qualcosa che possa essere forzato a comando. Perché avvenga, occorre saper creare uno spazio naturale dentro di noi.
Come scrive l’allieva di Carl Rogers, Rachel Naomi Remen, medico che ha lavorato a lungo sul rapporto tra ascolto e guarigione in ambito clinico:
Spesso è attraverso la qualità del nostro ascolto e non la saggezza delle nostre parole che siamo in grado di effettuare i cambiamenti più profondi nelle persone intorno a noi. Quando ascoltiamo, offriamo con la nostra attenzione un’opportunità di integrità. Il nostro ascolto crea rifugio per le parti esiliate all’interno dell’altra persona. Ciò che è stato negato, non amato, svalutato da loro stessi o da altri. Quando ascolti generosamente, le persone possono ascoltare la verità in se stesse, spesso per la prima volta. E nel silenzio dell’ascolto, puoi riconoscerti in ciascuno.3
Espandere la nostra coscienza
Come scrive Rachel Naomi Remen nella frase che ho riportato prima, anche chi ascolta trae beneficio da questo tipo di connessione. La sintonizzazione sull’altro ci consente di accedere a un’esperienza condivisa nel momento presente.
In un esperimento affascinante, un gruppo di neuroscienziati di Princeton ha registrato simultaneamente le risposte cerebrali di una donna mentre raccontava una storia e di chi la ascoltava. Più l’ascolto era profondo, più le attività cerebrali si allineavano, fino quasi a sincronizzarsi. Nei casi di maggiore comprensione il ritardo tra chi parla e chi ascolta si riduce fino quasi a scomparire, o addirittura ad precedere quella del parlante.

È come se comprendere davvero non fosse ricevere informazioni, ma entrare in risonanza con un altro cervello. Gli autori dello studio hanno chiamato questo fenomeno “accoppiamento cerebrale”.
Nel commentare i risultati, l’autore principale dello studio, Uri Hasson, ha detto:
La sintonizzazione non è il risultato della comprensione: è la base neurale che rende possibile comprenderci. Stiamo suggerendo che la comunicazione sia un unico atto, compiuto da due cervelli.4
In altre parole: non è che prima capiamo e poi ci sincronizziamo. Ci sincronizziamo, e per questo possiamo capirci.
Ma se l’ascolto è così potente, perché facciamo così fatica a praticarlo?
Dare senso alle emozioni altrui
In un precedente articolo ho citato lo psicologo esperto di adolescenti Matteo Lancini quando dice che “il problema oggi è la legittimazione delle emozioni dell’altro”.5
Il “Libro dell’ascolto”6, un vero e proprio manuale per apprendere ad ascoltare scritto da tre psicologi, passa in rassegna diverse modalità comunicative con cui invalidiamo sistematicamene le emozioni altrui:
Per esempio, hai detto a tua madre che sei preoccupato per il test di scuola di domani, e lei risponde:
“È solo un piccolo quiz. Non c’è motivo di essere nervosi.”Frasi come:
“Stai facendo un dramma per niente. Dov’è il problema?”
oppure
“Non è poi così grave; altre persone stanno molto peggio.”Un ascoltatore che minimizza o banalizza le opinioni o i sentimenti di chi parla li sta trattando come molto meno importanti di quanto lo siano per quella persona.
Invalidare i sentimenti di qualcuno è sempre qualcosa che crea disconnessione. I commenti che producono la disconnessione più forte sono quelli che implicano che i sentimenti di chi parla non abbiano alcuna validità.
L’alternativa è quella che gli autori de “Il libro dell’ascolto” chiamano “empatia della coerenza” che definiscono come “un’espressione dell’intenzione dell’ascoltatore di comprendere il funzionamento del mondo interiore di significati dell’altra persona, così com’è.”
Il punto è che le emozioni hanno una coerenza anche quando alimentano comportamenti disfunzionali.
Una persona che parla continuamente di sé, è possibile che sia stata una bambina che non ha ricevuto abbastanza attenzioni e continua a ricercare quel rispecchiamento di sé che è un bisogno evolutivo essenziale. Una persona taciturna potrebbe essere stato un bambino non ascoltato, o punito per esprimere le sue preferenze. Chi tende ad assumere il ruolo “crocerossina” potrebbe essere stato un bambino a cui la madre chiedeva un supporto emotivo.
Sulla base di queste premesse, gli autori del Libro dell’ascolto ritengono che dovremmo rapportarci agli altri “presupponendo la coerenza emotiva”:
Ogni volta che ascoltiamo, quanto più partiamo dal presupposto che i pensieri, le emozioni e le azioni delle persone abbiano per loro un qualche senso (anche se magari per noi non lo hanno ancora), tanto più diventa facile entrare in connessione con gli altri. Potresti sorprenderti nel vedere quanto rapidamente si spalanchino le porte della comprensione reciproca quando manteniamo questa assunzione di coerenza interiore.
Nella mia esperienza di ascolto, considerare gli altri come capaci di coerenza emotiva, significa fare questi movimenti, sia interni che esterni:
creare dentro di me spazio per accogliere l’esperienza dell’altro
invitare l’espressione di emozioni difficili, normalizzando il fatto che vengano provate
fare commenti che restituiscono all’altra persona che ha senso quello che provano, che ha coerenza anche se gli sembra difettoso
cercare di vedere quello che chi ascolto mi pare abbia fatto di buono, anche nella difficoltà: il modo in cui ha espresso valori, competenze, passione, autosalvaguardia, cose che magari non vede di sé, o che dà per scontate.
Nel “Libro dell’ascolto” c’è una descrizione di un processo simile:
L’empatia ci porta a rispondere con un commento del tipo:
«Quindi sei molto preoccupato per lei, vero…?»
Ricevere una risposta empatica di questo tipo è un’esperienza di “sentirsi sentiti” (feeling felt, una felice espressione coniata dallo psichiatra Daniel J. Siegel).
La persona si sente accolta con cura per ciò che prova e per ciò che è, invece che criticata o patologizzata, e può così muoversi verso una maggiore comprensione di sé o verso la ricerca di soluzioni, nella misura che le è più adatta.
Un altro modo per comprendere cosa accade quando qualcunə viene davvero ascoltato viene dalle neuroscienze, attraverso il processo chiamato riconsolidamento della memoria. Gli schemi emotivi con cui interpretiamo il mondo si formano come apprendimenti impliciti su cosa aspettarci dalle relazioni. Quando questi apprendimenti vengono riattivati - per esempio nel momento in cui condividiamo qualcosa di vulnerabile - e incontrano un’esperienza relazionale diversa da quella prevista - per esempio, l’altra persona mostra interesse invece che disconnettersi o darci consigli - può accadere qualcosa di importante: il cervello scopre che il mondo può funzionare diversamente da come aveva imparato.
La riconsolidazione della memoria è il processo attraverso cui è possibile disapprendere e aggiornare apprendimenti emotivi persistenti, radicati lungo l’intero arco della vita. Questo può avvenire quando, mentre uno specifico apprendimento emotivo viene riattivato, si verifica simultaneamente un’esperienza che contraddice in modo netto ciò che la persona sa e si aspetta sulla base di quell’apprendimento.
Il cervello risponde rapidamente a questa violazione delle aspettative (che i ricercatori della memoria chiamano errore di predizione) destabilizzando la codifica neurale dell’apprendimento originario. Questo rende possibile una revisione profonda e una vera e propria “riscrittura” di quell’apprendimento, a livello neurologico, alla luce della nuova conoscenza contraddittoria.
È per questo che un ascolto autentico può avere effetti profondi. Non perché qualcuno ci convinca a cambiare, ma perché l’esperienza di essere ascoltati senza essere corretti o aggiustati può allentare la presa di aspettative relazionali che davamo per scontate.
Questo è il tipo di ascolto che nel percorso di In RISONANZA ho chiamato “sintonizzato”. E’ tutt’altro che una postura passiva, di pura ricezione. E’ un co-creare senso con l’altrə attraverso la capacità di seguire, immedesimarsi, intuire, comprendere e risuonare, invece che guidati dall’esigenza di dire la propria su un argomento.
Questa qualità dell’ascolto non può essere compreso soltanto intellettualmente. Richiede una pratica incarnata in grado di riscrivere gli automatismi con cui interagiamo con gli altri e, ancora prima, con noi stessə.
Il modo in cui ci rapportiamo agli altri è infatti spesso uno specchio di come trattiamo noi stessə, dei nostri monologhi interiori, auto-giudizi e incapacità di stare con i nostri stati emotivi difficili.
Personalmente ho appreso ciò che so dell’ascolto attraverso anni di pratica negli incontri relazionali del community organizing7, nei cerchi di condivisione8, nell’authentic relating9 e nella formazione annuale Compassionate Inquiry di Gabor Maté10. Alcune di queste pratiche sono state al centro del workshop dello scorso febbraio di In RISONANZA.
Urgenza sociale
In una cultura come la nostra, incentrata sul culto del prendere la parola, è controintuitivo il fatto che la chiave per migliorare le nostre relazioni sia nella capacità di ascoltare.
Ma sviluppare capacità di ascolto è un’urgenza sociale. Come scrivono gli autori de “Il libro dell’ascolto”:
Di solito le persone non esprimono apertamente e in modo esplicito il loro bisogno di essere ascoltate. In realtà, molte persone emotivamente affamate di un ascolto autentico portano quel dolore dentro di sé senza nemmeno rendersi conto di quanto profondo sia quel bisogno.
Allo stesso tempo, viviamo in un contesto in cui l’attenzione è sempre più frammentata e gran parte delle nostre interazioni avviene fuori dal tempo della presenza, attraverso la mediazione digitale. In queste condizioni, come scrive Leslie Ellis, “l’ascolto profondo diventa sempre più raro proprio quando sarebbe più necessario”.
E non è solo una questione relazionale o psicologica. È anche una questione politica.
Nella mia esperienza di community organizing, gli incontri relazionali su cui si costruisce la capacità di agire collettivamente si basano proprio su questo: sviluppare un ascolto capace di attraversare le differenze, entrando in contatto con i mondi di senso degli altri.
Come viene descritto molto bene dal saggio di Romand Coles11 sulle pratiche radicali che distinguono il community organizing:
In un mondo strutturato e segmentato come il nostro da geografie recintate e pratiche sociali di oblio (i vari muri fisici, simbolici, viscerali/psicologici tra quartieri, persone di razze e classi diverse, cittadini e stranieri, ecc.), l’ascolto è cruciale ma di solito non basta. Spesso infatti è quasi impossibile ascoltare bene un’altra persona o gruppo se non si è trascorso del tempo nei loro spazi molto diversi, e non si è stati prossimi alle loro discrepanti condizioni e modalità di essere.
E ancora:
La pratica del community organizing suggerisce che un elemento di ricettività più radicale, in cui proviamo davvero a farci un’idea di “ciò che realmente accade nelle menti degli altri”, è cruciale. Riprendendo ancora Cortes, bisogna attentamente “uscire da sé ed entrare nella pelle degli altri. … È la cosa più radicale che insegniamo.”
Quella che viene considerata un’attività “passiva”, praticata solo da chi “non ha niente da dire”, potrebbe rivelarsi il singolo intervento di salute mentale e organizzazione collettiva più trasformativo che abbiamo nelle nostre mani.
In una cultura che celebra chi prende la parola, potrebbe essere chi impara ad ascoltare a cambiare davvero i presupposti delle relazioni e della convivenza umana.
Se sei arrivatə fin qui, è evidente che le relazioni umane ti stanno a cuore. Se non lasci la tua email, potrebbe essere l’ultima volta che leggi miei articoli su questo tema.
Ah, se hai apprezzato questo articolo, ti sarei grato se potessi aiutarmi a farlo conoscere, condividendolo direttamente o sui tuoi canali social:
Leslie Ellis, “The Subtle Medicine of Being Heard”, Dreams Demystified, 16 febbraio 2026
Brené Brown, “RSA Short: Empathy”, 10 dicembre 2013. https://brenebrown.com/videos/rsa-short-empathy/. Qui la versione in italiano:
Rachel Naomi Remen, “Kitchen Table Wisdom: Stories That Heal”, Riverhead Books, 1996
Uri Hasson, “I can make your brain look like mine”, Harvard Business Review, 2010
Diego Galli, “Quella lezione normalizzata sulla cattiveria per cui passiamo tuttə”, Rigenerazionale.it, 28 gennaio 2026
Robin Ticic, Elise Kushner, e Bruce Ecker, “The listening book: how to create a world of rich connections and surprising growth by actually hearing each other”, Routledge, 2023
Diego Galli, “La cosa più radicale che insegniamo”, Diario da Milwaukee, 2 novembre 2014
Rigenerazionale, “Gruppi di condivisione di genere in ogni organizzazione”, post Instagram, 5 dicembre 2023
Marta Brzosko, “5 low-stakes Authentic Relating games to deepen connection with your loved ones”, Connection Hub, 26 gennaio 2024
Romand Coles, “Moving Democracy: Industrial Areas Foundation Social Movements and the Political Arts of Listening, Traveling, and Tabling”, Political Theory 32(5), 2004


