Ingoia e manda giù
Perché la negazione culturale dell’esperienza corporea richiede un cambiamento sociale, non l’ennesimo invito a “respirare profondamente”
La nostra cultura è piena di espressioni che ci invitano a non ascoltare il corpo e a sovrascriverci un linguaggio fatto di comandi e obblighi, come quelli che si leggono su questa immagine.
Non sono “solo” modi di dire. Sono il ritratto di un condizionamento culturale che ammutolisce il corpo e, con esso, la nostra esperienza emotiva.
Col tempo, questo ci condiziona non solo a reprimere ciò che sentiamo, ma a smettere di considerarlo una forma legittima di conoscenza.
Il successo recente di termini come “privilegio bianco”, “eteronormatività”, “abilismo”, “gaslighting”, “microaggressioni”, “silenziamento”, “lavoro emotivo”, mostra una spinta al riconoscimento dei vissuti di determinate soggettività marginalizzate.
In assenza di riconoscimento sociale, infatti, alcune esperienze diventano inintelligibili, private, e quindi facilmente negate o normalizzate.
La mia sensazione è che facciamo più fatica a riconoscere questo meccanismo quando non riguarda identità o rivendicazioni politiche esplicite, ma una vulnerabilità più diffusa, esiliata dalla modernità.
Senza le parole per esprimerla, diventa difficile perfino sentire la verità della propria esperienza, e ancora meno farla comprendere agli altri.
Per questo la risposta non sta nelle pratiche somatiche o di rilassamento individuali, ma in una trasformazione culturale che passa dal modo in cui ci relazioniamo tra noi.
Alla fine dell’articolo trovi una proposta concreta. Intanto, a questa mancanza di “parole per dirlo” vengono incontro alcune scoperte delle neuroscienze, come quella riguardante l’interocezione.
Le neuroscienze e la scoperta dell’ottavo senso
L’interocezione è la capacità di prestare attenzione all’esperienza interna del corpo. In termini molto semplici, è ciò che ci permette di rispondere in ogni momento alla domanda: “come mi sento?”1
È grazie all’interocezione che percepiamo stati come la fame e la sazietà, il freddo, il bisogno di andare in bagno, la paura. È ciò che ci fa sapere quando mangiare, quando fermarci a riposare, quando è necessario allontanarci rapidamente da una situazione di pericolo. Per questo è stato identificato dalle neuroscienze come un vero e proprio “ottavo senso”.
Come scrive la ricercatrice Lisa Feldman Barrett,
“il cervello non si è evoluto per la razionalità o per la felicità; il suo compito fondamentale è gestire in modo efficiente le risorse del corpo per mantenerci in vita, permetterci di crescere e restare in salute. Questo complesso lavoro di bilanciamento si chiama allostasi”.2
Il cervello mantiene costantemente una sorta di “bilancio metabolico”: anticipa i bisogni del corpo in termini di sale, glucosio, acqua e altre risorse, e cerca di soddisfarli prima che si trasformino in carenze critiche. Senza l’interocezione sarebbe cieco rispetto ai bisogni corporei.
Questo meccanismo è intimamente collegato anche alla percezione delle emozioni.
I segnali interocettivi sono così importanti per il cervello che raramente vengono trattati come semplici “dati”: vengono trasformati in stati emotivi. Funzionano allo stesso tempo come una sintesi rapida dello stato attuale del corpo e come una spinta motivazionale ad allontanarci da ciò che fa stare male o a cercare ciò che fa stare bene.
Per questo l’interocezione non è una semplice modalità sensoriale tra le altre, ma un processo fondamentale che sostiene l’emozione, l’autoregolazione, il processo decisionale e la stessa esperienza della coscienza.
Perdere il segnale
Questo delicato dispositivo può essere sabotato in presenza di messaggi esterni che svalutano il proprio sentire.
Sono stati sviluppati diversi test per valutare l’accuratezza dell’interocezione, uno dei quali sia chiama MAIA (che sta per “Multidimensional Assessment of Interoceptive Awareness”).3 Una delle domande di questo questionario chiede di autovalutare quanto sia vera questa affermazione:
“Quando parlo con qualcuno, posso prestare attenzione alla mia postura”.
La risposta a questa domanda non dipende tanto da una preferenza individuale, quanto dai condizionamenti sociali con cui siamo cresciuti.
Alcuni studi su interocezione e connessione sociale hanno riscontrato delle dinamiche interessanti. Per esempio, se le persone sentono di essere escluse o rifiutate diminuisce la loro capacità di accuratezza nel sentire i segnali del proprio corpo. L’assenza di sicurezza le porta ad essere ipervigilanti rispetto ai segnali altrui, per assicurarsi di essere accettati, diminuendo la percezione dei propri impulsi e bisogni.
In modo simile le persone neurodivergenti si trovano a dover indossare delle maschere per evitare lo stigma, il rifiuto o l’incomprensione altrui.
“Quando una persona sperimenta ripetute invalidazioni, stigmatizzazioni o ambienti emotivamente insicuri, il suo sistema nervoso può adattarsi per proteggerla sopprimendo le reazioni autentiche.
I comportamenti di mascheramento possono portare a stress cronico, ipervigilanza e difficoltà a fidarsi delle proprie emozioni e dei segnali del corpo.
Nel tempo, il mascheramento può disconnettere gli individui dai loro segnali interocettivi, portando a una dissociazione parziale o completa dalle esperienze interiori”.4
Dal punto di vista clinico, la disfunzione interocettiva è una caratteristica fondamentale di numerose condizioni di salute mentale e fisica5:
Burnout: per l’incapacità di cogliere in tempo i bisogni di riposo del corpo
Disturbi di ansia: una percezione poco accurata porta a interpretazioni catastrofiche di sensazioni normali
Depressione: il corpo può apparire “muto” o scollegato
Disturbi dell’alimentazione: non riconoscere o ignorare sistematicamente i segnali di fame e sazietà
Dipendenze: cercare stimoli esterni per regolare o “zittire” un caos interno incomprensibile o come distrazione da stati interni spiacevoli ma non ben identificati
Scoppi di rabbia: per non saper registrare i propri stati emotivi fintanto che non “esplodono”.
Ma la conseguenza patologica meno conosciuta dei disturbi dell’interocezione si chiama “alessitemia”.6
La parola viene dal greco, significa “mancanza di parole per esprimere le emozioni”. L’incapacità di percepire accuratamente i segnali del corpo implica anche l’incapacità di comprendere le emozioni, proprie e altrui, causando di conseguenza anche un deficit dell’empatia.
Alessitemia suona come una metafora perfetta per descrivere la condizione generalizzata dei nostri tempi.
Il trattamento dei bambini è la cartina di tornasole
I condizionamenti culturali più efficaci e duraturi sono quelli che avvengono nell’infanzia.
Come scriveva Alice Miller, in occidente siamo un po’ tuttə figlie e figli di una “pedagogia velenosa”,7 un insieme di pratiche educative e luoghi comuni dati per scontati che, in nome del bene del bambino, ne reprimono sentimenti e bisogni fondamentali, costringendolo a rinnegare la propria esperienza interiore per ottenere amore e riconoscimento.
Questo schema educativo non si limita all’infanzia: si riproduce ovunque vengano richiesti dei risultati. Scuola, lavoro, sport, perfino negli hobbies.
La terapista occupazionale Kelly Mahler dice che agiamo sulla base della pedagogia dell’obbedienza ogni qualvolta cerchiamo di:
Controllare il comportamento, invece che comprenderlo
Assegnare colpe, suggerendo che l’errore sia intenzionale, invece che chiederci cosa possiamo fare per aiutare
Motivare attraverso ricompense esteriori, invece che spinte interiori
Promuovere un senso di valore personale condizionato al successo sociale, invece che promuovere autostima incondizionata
Utilizzare gerarchie di potere, invece che creare relazioni sicure
Focalizzarsi su risultati immediati, invece che coltivare risultati a lungo termine.8
L’interocezione richiede una disposizione totalmente diversa, che include “qualità attitudinali di non giudizio, curiosità, apertura e autocompassione”.9
Questo passaggio non è soltanto una scelta individuale, richiede un cambiamento relazionale.
E ora non devi “respirare profondamente”
La maggior parte dei protocolli per curare i disturbi dell’interocezione sono basati sulla mindfullness: “porta l’attenzione sul corpo”, “respira profondamente”, “senti l’appoggio dei piedi sul pavimento”.
Nella mia esperienza, questo tipo di indicazioni spesso non rilassa, ma genera ansia. Arrivano come nuovi comandi: più consapevoli, forse, ma pur sempre performativi.
Domenica, all’interno del percorso In RISONANZA, faciliterò un incontro che propone un diverso modello, relazionale, alla riconnessione con il corpo. Ecco i principi guida di questo modello:
Invece di focalizzarsi su di sé per cambiare qualcosa - approccio che provoca quasi sempre una resistenza perché si basa su uno sforzo e un risultato atteso - gli esercizi che propongo sono basati sulla connessione con qualcosa con cui il nostro corpo può entrare in risonanza: spazio esterno, fluidità interna, energia, gli altri
Ogni proposta è indirizzata a evocare stati emotivi, non solo sensazioni fisiche. Le emozioni - come ricorda l’etimologia della parola, emovere - mettono in moto, trasformano
L’esperienza è relazionale. La presenza accogliente e non giudicante di altri esseri umani espande la capacità di stare con sensazioni difficili, e allo stesso tempo ripara gradualmente gli effetti costrittivi delle pressioni relazionali del passato
Nel momento in cui un’esperienza diventa relazionale inizia a intaccare la cultura, le norme della convivenza, acquisendo una potenzialità di cambiamento sistemico che gli approcci solo individuali non hanno.
Se ti va di provare fai ancora in tempo ad iscriverti:
Arthur D. CRAIG, “How do you feel?: an interoceptive moment with your neurobiological self.”, Princeton University Press, 2014
Lisa Feldman Barrett, “The theory of constructed emotion: an active inference account of interoception and categorization”, Social Cognitive and Affective Neuroscience, Volume 12, Issue 1, January 2017, Pages 1–23, https://doi.org/10.1093/scan/nsw154
Mehling WE, Acree M, Stewart A, Silas J, Jones A (2018), “The Multidimensional Assessment of Interoceptive Awareness, Version 2 (MAIA-2)”, PLoS ONE 13(12): e0208034.
Kelly Mahler, “Lost Connections: Interoception & Masking”, 17 aprile 2024. https://www.kelly-mahler.com/resources/blog/lost-connections-interoception-masking/
Khalsa, Sahib S., et al. (2018), “Interoception and mental health: a roadmap”, Biological psychiatry: cognitive neuroscience and neuroimaging, 3.6: 501-513
Brewer, R., Cook, R., & Bird, G. (2016), “Alexithymia: a general deficit of interoception”, Royal Society Open Science, 3: 150664
Alice Miller, “La Persecuzione del Bambino. Le radici della Violenza”, Bollati Boringhieri, 2000
Kelly Mahler, “Transforming ‘Behavior Control’: 8 Differences Between Guiding with Interoception Curiosity, Not Compliance”, 1 ottobre 2024. https://www.kelly-mahler.com/resources/blog/transforming-behavior-control-8-differences-between-guiding-with-interoception-curiosity-not-compliance/
Price CJ and Weng HY (2021), “Facilitating Adaptive Emotion Processing and Somatic Reappraisal via Sustained Mindful Interoceptive Attention”, Frontiers in Psychology, 12:578827. doi: 10.3389/fpsyg.2021.578827


