L'algoritmo del cambiamento relazionale
Dai limiti della terapia individuale a Mamdani. Breve rassegna su un cambio di paradigma emergente e sugli strumenti per attuarlo
Sarà senz’altro l’algoritmo, ma il mio feed Instagram sembra trasmettermi l’emergere di un cambio di paradigma: una consapevolezza nuova rispetto ai limiti degli approcci individuali al cambiamento, e la necessità sempre più impellente di indossare lenti più relazionali per affrontare il mondo che abbiamo davanti.
Questo cambio di paradigma, come ripetono i post che ho raccolto in questa rassegna, richiede degli strumenti, di riapprendere l’arte perduta della connessione umana, della responsabilità reciproca e della riparazione.
Se ti interessa un percorso di apprendimento di queste competenze, puoi saltare subito alla fine di questo articolo.
Se vuoi prima essere convinto del perché sia indispensabile e urgente, continua a leggere.
Tra algoritmo e oroscopo
Partiamo dalle previsioni per il 2026:
Prevedo che il 2026 sarà l’anno in cui i vecchi contratti relazionali smetteranno di funzionare del tutto. Le persone o si stancheranno e abbandoneranno il progetto, oppure si sveglieranno e cercheranno risorse per costruire relazioni co-autentiche e non estrattive. Prevedo che il 2026 sarà l’anno in cui le persone smetteranno di fingere di volere una connessione profonda mentre scelgono modalità di relazione che la impediscono.
Sul banco degli imputati c’è anche la terapia unicamente individuale, perché insegna solo una parte delle competenze necessarie per relazionarci agli altri:
Siamo la generazione più “terapeutizzata” della storia. Allora perché siamo così soli?
Abbiamo il vocabolario, identifichiamo i segnali d’allarme e stabiliamo i confini come un amministratore delegato. Ma per molti di noi, le nostre relazioni sembrano ancora fragili.
Una discussione sembra la fine di un rapporto. Un singolo momento di attrito si trasforma in vergogna e ritiro. Ecco la dura verità: la terapia occidentale insegna troppo i limiti (come separarsi) e poco la riparazione (come tornare).
Non sei “emotivamente immaturo”. Sei solo inesperto.
Perfino gli influencer del benessere stanno iniziando a parlare di comunità:
Per milioni di anni, gli esseri umani sono sopravvissuti grazie alla connessione.
La nostra biologia riflette ancora questa verità: il contatto sociale abbassa gli ormoni dello stress, stabilizza il sistema nervoso, migliora la funzione immunitaria e predice la longevità in modo più efficace di molti fattori di rischio tradizionali.
L’isolamento non è neutrale: il cervello lo interpreta come un pericolo.
La comunità è una medicina protettiva.
La giornalista italiana che ha seguito più da vicino la campagna vincente del nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani, scrive in un post sul suo recente insediamento ufficiale:
Ma al di là di tutto, secondo me, il senso di questa storia lo dice uno dei suoi, Morris Katz, il principale stratega della campagna: “il fascismo e la disuguaglianza di reddito si combattono se si combatte prima la solitudine”. Lo penso molto.
Non può essere un caso che la destra populista stia ruggendo proprio in quest’epoca in cui siamo tutti isolati e parcellizzati, chiusi davanti ai nostri schermi.
E non può essere un caso che la sinistra vinca laddove ci sono comunità e persone.
Ma è proprio sul richiamo vago al concetto di comunità che più insiste chi cerca di far comprendere qual è la posta in gioco.
Usiamo la parola “comunità” per descrivere un’atmosfera vaga. Ma spesso questa “comunità” manca di specificità, responsabilità e di una rete di sicurezza. È ampia, ma sottile.
E ancora:
Non è forse così che funziona il cosplay del villaggio, attraverso ripetute esperienze di picco, senza coltivare vere competenze comunitarie, senza praticare la rottura e la riparazione, senza condividere profondamente le risorse?
Le competenze necessarie
Saper creare comunità e coltivare relazioni richiede capacità sofisticate che la nostra cultura ha in gran parte smesso di trasmettere. Significa anche guarire le ferite create da modalità relazionali del passato oppressive e disconnesse.
Attingendo ai principi della neurobiologia interpersonale e alle pratiche del relazionarsi autentico, ho strutturato un percorso per apprendere e praticare capacità di connessione umana basate sulla risonanza, cioé sul saper percepire, ascoltare, sintonizzare, ampliare e riconnettere stati emotivi, bisogni e visioni collettive.
Ecco il programma:
1. Il senso del corpo
In questo primo appuntamento esploreremo l’ottavo senso scoperto di recente dalle neuroscienze chiamato “interocezione”, la capacità di sintonizzarsi con il proprio stato interiore, divenendo consapevoli dei segnali del corpo e di come li traduciamo in stati emotivi.
Domenica 11 gennaio - 16-19 (ricevi il programma)
Il presupposto dell’autenticità è la capacità di essere in connessione con se stessə.
Anche se appare scontato, questa rappresenta una vera e propria sfida nella nostra società in cui siamo continuamente pressati a interagire secondo parametri esterni di performance, accettabilità, gradevolezza e apparenza.
Il primo passo per una relazione autentica è la possibilità di sentire se stessə anche in presenza di altre persone.
Svilupperemo le basi di un nuovo vocabolario per le nostre sensazioni e emozioni, sperimentando come la presenza altrui possa rafforzare questo sentire, invece che sminuirlo o portarci a nasconderlo agli altri, e a volte anche a noi stessə.
2. Ascolto sintonizzato
C’è una presunzione a cui tuttə partecipiamo, ed è quella di saper ascoltare. Forse la parola è sbagliata, perché la utilizziamo troppo facilmente. Forse invece di ascolto dovremmo parlare di sintonizzazione.
Domenica 15 febbraio- 16-19 (ricevi il programma)
In una cultura come la nostra incentrata sul culto del prendere la parola, è controintuitivo il fatto che la chiave per le relazioni possa essere nella capacità di ascoltare.
Ma è proprio la qualità del nostro ascolto che può far sentire un altro essere umano visto o sminuito alla nostra presenza, che può consentirgli o meno di trovare rifugio per le proprie emozioni difficili o per le proprie aspirazioni più intime.
Il nostro ascolto crea una cassa di risonanza per le emozioni dell’altro. Come ha scritto il neuroscienziato Uri Hasson, ci sono prove che “la comunicazione umana sia un singolo atto eseguito da due cervelli”.
Ascoltare non è semplicemente capire quello che una persona dice. Un ascolto reale richiede una sintonizzazione sull’altro attraverso la quale si è in grado di accedere a un’esperienza condivisa nel momento presente.
Questo tipo di ascolto richiede la capacità di seguire il mondo interiore dell’altra persone con domande e risposte in grado di essere in sintonia con il movimento che si crea nello scambio, invece che guidati dall’esigenza di dire la propria su un argomento.
In questo incontro si apprendono alcune regole di base su come ascoltare in modo da mantenere uno stato di connessione e sperimentare lo stato di coscienza espanso che emerge.
3. Sviluppo della mente collettiva attraverso la pratica del ‘Murmuration’
Laboratorio di voci in movimento e risonanza relazionale a cura di Chiara Cortez.
Domenica 15 marzo - 16-19 (ricevi il programma)
A breve maggiori informazioni
4. Rottura e riparazione
Questo incontro è dedicato all’arte di trasformare i conflitti in opportunità di connessione più intima e autentica attraverso la danza delle rotture e riparazioni.
Domenica 19 aprile - 16-19 (ricevi il programma)
Non è possibile una connessione autentica senza praticare l’arte della riparazione.
Se una parola sbagliata crea una distanza, una divergenza di opinioni invita il silenzio, il sentirsi feriti trasforma l’altro in pericolo, non ci potrà mai essere l’apertura e la fiducia necessarie alla connessione.
Non potremo mai essere nei panni di un’altra persona. Con tutta la buona volontà, non è possibile vedere la realtà esattamente come la vede un’altra, conoscerne le vulnerabilità, le ferite, le speranze, il modo in cui la loro pancia, respiro e cuore rispondono a determinate parole. A volte neanche quella persona lo sa fintanto che non le avviene.
E allora i conflitti sono la risorsa preziosa che ci viene in aiuto. Segnalano la discrepanza. Offrono l’opportunità di avvicinarsi meglio, e perfino divenire più consapevoli dei propri paesaggi interiori.
Siamo abituatə che ai conflitti segua il distanziamento e la rottura. E’ per questo che li temiamo e cerchiamo ogni modo per aggirarli, fosse pure diventare passivə aggressivə o allontanare silenziosamente quella persona dal nostro cuore.
E se provassimo a usarli questi conflitti, come un accordatore per gli strumenti musicali, un sofisticato e sensibile aiuto per sintonizzarci meglio, per prendere la nota giusta che ci consente di risuonare insieme?
5. Contatto e consenso
In questo incontro esploriamo la possibilità del contatto fisico consensuale non sessuale come opportunità di esplorazione dei propri desideri autentici, di una reciprocità di attenzione e rispetto, e della possibilità di dire e ricevere dei no senza essere tagliatə fuori dallo spazio relazionale.
Domenica 17 maggio - 16-19 (ricevi il programma)
Nel tentativo di proteggere corpi e menti da una lunga storia di relazioni abusive, nella nostra cultura si è fortunatamente affermata la rivendicazione dei confini e del consenso.
Tuttavia, nel contesto della crescente disconnessione emotiva e solitudine prodotta dalla modernità, i confini rischiano di trasformarsi in muri, e il consenso in un ulteriore marginalizzazione dell’importanza del contatto fisico.
Il punto è che dietro queste regole si nasconde un universo di emozioni culturalmente rimosse: l’aspettativa di pagare i propri no con il ritiro dell’altro, la paura del rifiuto, la vulnerabilità dell’esprimere i propri desideri, la pressione sociale, la vergogna del contatto intimo, le insicurezze sul proprio corpo.
Come facciamo a trasformare confini e consenso in concetti relazionali, in strumenti di connessione invece che soltanto di protezione?
Utilizzando la pratica della ruota del consenso, in questo appuntamento esploreremo consenso e confini come spazio per portare un ascolto onesto su se stessə e sugli altri, tentando possibilità di contatto vulnerabili, e dosando apertura e sicurezza secondo l’insindacabile disponibilità di ciascunə.
6. Il mondo “più che umano”
L’ultimo incontro è dedicato a esplorare la capacità di connessione con la dimensione “più che umana”. Questo incontro si svolgerà in natura in un luogo alle porte di Roma.
Domenica 14 giugno - 15-19 (ricevi il programma)
Cercheremo di risvegliare la risonanza con l’ambiente naturale e l’ecosistema, recuperando una relazione ormai inconsapevole e nascosta, quanto indispensabile alla sopravvivenza.
Alberi, paesaggio, corsi d’acqua sono elementi con cui tradizionalmente tutte le culture ancestrali hanno sviluppato relazioni animistiche. Senza dover imporre credi spirituali o recuperare visioni del passato, questo incontro cerca di sviluppare una moderna possibilità di connessione con la natura non come qualcosa di separato, ma come organismo vivente del quale siamo parte integrante.
Come ogni relazione negata o data per scontata, non ci aspetteremo solo sensazioni positive, ma anche senso di estraneità, lutto per la perdita degli ecosistemi originari, presenza di bruttezza e degrado, difficoltà a sentire. Onoreremo la perdita come strumento per una rinnovata possibilità di rapporto e utilizzeremo le relazioni umane, il gioco, e le pratiche di risonanza già esplorate negli incontri precedenti come base per lo sviluppo di nuove competenze evolutive, per ridefinire la condizione umana in un’epoca di collasso e estraniamento.








