Quella lezione normalizzata sulla cattiveria per cui passiamo tuttə
Nel momento più delicato per la formazione della nostra personalità adulta, siamo tuttə accomunatə da un'esperienza moralmente devastante

Se stai leggendo questo articolo è probabile che tu non sia indifferente alle immagini di violenza e sopraffazione che arrivano dagli Stati Uniti, da Gaza, dall’Ucraina o dai tanti altri fronti dell’accelerata involuzione autoritaria su scala planetaria a cui stiamo assistendo.
Soprattutto rispetto a Trump, viene usato spesso il termine bullismo. Non è affatto una metafora: descrive infatti la sua reale biografia, ma anche una dinamica sociale molto più ampia.
Propongo l’idea che il bullismo non sia un incidente marginale dell’adolescenza, ma una vera e propria pedagogia di massa, che ci segna tuttə, non solo chi ne è statə colpitə direttamente.
Quando anche una singola persona è colpita, infatti, è tutto il gruppo che diventa uno spazio insicuro. Per appartenere bisogna stare attenti a eliminare aspetti di noi che possano farci diventare bersagli. E differenziarci da chi non ha la possibilità di farlo.
Il bullismo colpisce così in modo visibile alcunə, ma condiziona in modo profondo tuttə.
Ma la domanda non riguarda gli adolescenti, riguarda noi.
Indice:
Apprendiamo la moralità da come veniamo trattati, non da ciò che ci viene detto
L’antidoto al bullismo è poter mostrare la propria vulnerabilità agli altri
Eh, ma non si può neanche scherzare
Qualche giorno fa ero dal parrucchiere ed era appena stata uccisa Renee Nicole Good a Minneapolis. Alla domanda “come stai?” qualcosa dentro di me si è rifiutato di mascherare e mentire. Ho detto ciò che era vivo e vero: che ero scioccato.
“Beh ma certo si poteva anche fermare, invece di andarsene con la macchina”.
La frase era di una persona che non sembrava di estrema destra, lo diceva come un ragionamento di buon senso. C’era però un compiacimento con cui ostentava la sua posizione.
“Certo quello è matto, ma non lo ferma nessuno”, ha detto l’altro con un sorriso, riferendosi a Trump.
Nessuno di loro stava difendendo apertamente l’agente dell’ICE o Trump. Ma era chiaro che qualsiasi manifestazione di oltraggio morale, allarme sociale, o consapevolezza della gravità dell’accaduto sarebbe stata sminuita con una battuta, il silenzio o un cambio di argomento.
Non so se sia capitato anche a voi, uscendo fuori dalla bolla dell’oltraggio da social media, di avvertire nell’aria questa sottile ma pervasiva adulazione del più forte, accompagnata da un altrettanto istintivo distanziamento dalla condizione di vulnerabilità delle vittime.
E’ l’educazione morale del bullismo in azione.
Apprendiamo la moralità da come veniamo trattati, non da ciò che ci viene detto
Darcia Narvaez1 è una professoressa emerita di psicologia all’Università di Notre Dame e ha dedicato la sua carriera a comprendere come la moralità umana sia profondamente modellata dall’ambiente relazionale ed affettivo dei primi anni di vita.
I genitori vengono accusati di non inculcare valori appropriati, con il presupposto di fondo che la coercizione sia il modo per ottenere risultati morali. Ma credo che questa sia una comprensione errata dello sviluppo umano su più fronti.2
La tesi di Narvaez è che la moralità non emerga da valori o principi astratti, ma da come siamo trattati dagli altri crescendo.
In particolare, quando viene a mancare un ambiente familiare responsivo rispetto ai bisogni di sicurezza, contatto fisico, contenimento emotivo e benevolenza, la psiche dei bambini evolve verso strategie difensive per recuperare un senso di controllo e calmare emozioni che non trovano risposta.3
Una persona che non ha sperimentato un affetto positivo stimolante con gli altri può sentirsi non amata e può diventare estremamente competitiva, concentrata sul rango sociale e sul potere, ed essere ipersensibile al rifiuto.
I deficit fisiologici derivanti dalle esperienze precoci, tra cui l’iperreattività allo stress, influenzano le capacità percettive, sociali e cognitive, spingendo le preferenze morali verso un’immaginazione autoprotettiva.4
Ancora prima di lei, Alice Miller, ricostruendo le infanzie di personalità autoritarie come quelle di Hitler, Stalin e Mao, notava come erano accomunate da umiliazione, punizioni severe e repressione sistematica delle emozioni. Nel suo celebre libro “La persecuzione del bambino. Le radici della violenza”, Miller sostiene che i bambini che crescono in contesti abusivi sono costretti a scindere dolore, rabbia e vulnerabilità per sopravvivere, ma che da adulti queste emozioni non elaborate riemergono come bisogno di dominio, disprezzo per i deboli e identificazione con l’aggressore.
L’esperienza pervasiva del bullismo
Anche se l’attenzione degli studiosi è indirizzata soprattutto all’infanzia e i primi anni di vita, l’adolescenza è un periodo altrettanto critico per la formazione della nostra personalità.5 E’ infatti quando formiamo la nostra identità di persone distinte dalla famiglia di origine, e prendiamo le misure dei nostri gusti e capacità.
Per la prima volta, scegliamo autonomamente i nostri legami significativi con gli altri, che diventano importantissimi nel momento in cui il nostro sistema emotivo ci porta a staccarci dalla famiglia di origine.
I genitori non ci proteggono più dal momento che il nostro compito evolutivo è proprio emanciparci da loro.
Ed è esattamente in questo momento, così delicato e fondamentale per la formazione della nostra personalità, che avviene il bullismo.
Improvvisamente, percepiamo chiaramente di poter essere esclusi dal senso di appartenenza, dal senso di valore, dal senso di essere amabili e rispettabili per quello che siamo, se solo rientriamo tra i bersagli del gruppo.
Tendiamo a pensare che le vittime del bullismo siano soltanto le persone bullizzate. Ma la realtà è che basta che una sola persona in un gruppo venga bullizzata per cambiare le fondamenta di tutte le dinamiche relazionali.
Nel momento in cui il bullismo avviene, è tutto il gruppo che diventa uno spazio insicuro. Si è parte solo se si rientra in determinati canoni.
E’ un messaggio devastante e una dinamica che istruisce profondamente all’ossequio, l’omertà, l’indifferenza, il cinismo e la rassegnazione.
I criteri con cui si finisce nel mirino non sono scelti arbitrariamente dai bulli. Rinforzano invece degli stereotipi sociali. Se mostriamo parti di noi “deboli”, devianti, ridicolizzabili, vulnerabili potremmo essere presi di mira anche noi. Colpisce in modo visibile alcunə, ma condiziona in modo profondo tuttə.
Se ci sorprende ritrovare questi atteggiamenti in tanti contesti nella nostra società, è perché non prestiamo l’attenzione giusta al momento in cui per la prima volta si sono imposti nelle nostre vite, senza che niente e nessuno fosse in grado di contrastarli.
Almeno in questo senso, Trump non è un’anomalia.
L’infanzia di Trump
Trump non è un bullo soltanto metaforicamente, lo è stato nella sua adolescenza, e ne riproduce molte delle modalità più tipiche, come quella delle prese in giro, degli insulti e dei soprannomi dispregiativi nei confronti di caratteristiche fisiche, razziali o sessuali.
Allo stesso tempo, la sua infanzia sembra rappresentare una dimostrazione quasi letterale delle tesi di Darcia Narvaez sull’origine affettiva e relazionale della moralità umana.
Mary Trump è l’unica nipote di Donald Trump. E’ anche una psicologa clinica con un dottorato di ricerca in psicologia dello sviluppo e del trauma. Infine, è l’autrice di un libro su suo zio che ha venduto più di un milione di copie intitolato “Sempre troppo e mai abbastanza. Come la mia famiglia ha creato l’uomo più pericoloso del mondo”.
Ecco una delle tante sintesi che si trovano online:
Un bambino nasce in una famiglia in cui il padre lo ignora. Quando riceve le sue attenzioni, il padre lo rimprovera, lo critica o lo punisce costantemente. Per i primi due anni di vita, la madre di questo bambino è superficialmente attenta, ma non amorevole, e poi lo abbandona per un anno. Dalla nascita fino all’età adulta, assiste ai maltrattamenti del padre sul fratello maggiore, terrorizzato verbalmente. Questo porta il fratello maggiore a diventare un alcolizzato e a morire all’età di 42 anni.6
Il biografo di Donald Trump, Michael D’Antonio, ricostruisce invece così l’adolescenza dell’attuale presidente.
Mentre Fred Trump era impegnato a tramare e manipolare, suo figlio diventò un ragazzino prepotente e fuori controllo. Come mi ha ricordato Donald, amava combattere – “tutti i tipi di combattimenti, anche fisici” – e gli insegnanti e il personale amministrativo della scuola privata che frequentava nel Queens, a New York, non riuscivano a gestirlo. La situazione era piuttosto imbarazzante per il padre di Donald, che era un grande benefattore della scuola. Esasperato, all’improvviso portò via il figlio dalla casa di famiglia, una villa con servitù, e lo consegnò all’Accademia Militare di New York, nella parte settentrionale dello stato. Nei giorni, nelle settimane e negli anni a venire avrebbe dovuto affrontare una cultura tutta maschile, fatta di competizione e gerarchia, in cui gli abusi fisici, perpetrati dagli studenti e dagli adulti che li supervisionavano, erano all’ordine del giorno.7
Come emerge anche dalla biografia di Trump, siamo noi adulti i responsabili del tipo di ambiente relazionale in cui crescono bambini e adolescenti. Promuovere successo, competizione, punizione come uniche misure di valore, porta dritti nell’universo morale della sopraffazione.
Ma esiste un ambiente relazionale che possa portarcene fuori?
L’antidoto al bullismo è poter mostrare la propria vulnerabilità agli altri
Anche io ho subito il bullismo al liceo. E ricordo molto bene il momento in cui feci esperienza del suo antidoto.
Era una lezione di teatro, avevo ormai 29 anni, e nel commentare come si era sentito durante un esercizio di improvvisazione, un mio compagno, che mi era sembrato sempre il più spigliato, sicuro di sé e irascibile del gruppo, disse di fronte a tuttə che aveva provato vergogna.
Fu come se si infrangesse un incantesimo.
Fino a quel momento non avrei mai pensato che una persona come lui potesse provare vergogna, e ancora meno che potesse dirlo ad alta voce davanti a un gruppo. Fu come se per la prima volta mi fosse stato dato il permesso di essere vulnerabile senza sentirmi da meno, senza avere l’impulso di nascondermi o temere di essere preso in giro.
Quell’episodio fu reso possibile da tante cose: l’età più matura, il contesto, il coraggio di quel compagno di corso. Ma una di queste era certamente la capacità di una persona adulta, la nostra insegnante di teatro, di invitare l’espressione delle nostre emozioni, a partire da quelle più difficili da condividere, proprio perché solitamente accompagnate da rifiuto.
Per questo mi ha subito colpito il titolo di una recente puntata di Wilson, il podcast del direttore de il Post Francesco Costa, intitolata “Il bullismo degli adulti”.8
Nella puntata lo psicologo esperto di adolescenti Matteo Lancini9 spiega l’importanza cruciale che le capacità relazionali degli adulti possono avere nella vita degli adolescenti. Possiamo infatti creare lo spazio affinché la vulnerabilità possa essere espressa, oppure contribuire a ricacciarla nel silenzio, nelle parti di noi che dobbiamo nascondere per non rischiare di essere esclusi.
Il problema oggi è la legittimazione delle emozioni dell’altro.
Se dovessi ridurre proprio a un nucleo il significato del disagio delle nuove generazioni, è l’impossibilità di esprimere emozioni, ma non perché non sono alfabetizzati, perché quelle emozioni disturbano il conducente, cioè noi adulti.
Poi precisa:
Legittimare le emozioni non è che vuol dire dar ragione, non è che vuol dire metterle in atto, però vuol dire provare a capire che se in una relazione con un adulto un giovane dà espressione a quel sentimento, quel sentimento è molto meno probabile che diventi in futuro un disagio, una psicopatologia, un agito.
Infanzia e adolescenza sono momenti critici per la formazione del paesaggio morale degli esseri umani. In entrambe il ruolo degli adulti è decisivo. Ma non in termini di imposizioni di regole, e nemmeno di enunciazione di principi o valori.
Il ruolo che ci viene chiesto è quello di mostrare dalla nostra posizione di autorevolezza che la vulnerabilità non è un difetto, né una debolezza, non è qualcosa che vada nascosta dietro un’apparenza di forza o sopraffazione.
L’intervista si chiude così:
Mi sembra che tutto stia andando a rotoli, ma che abbiamo una vicenda incredibile, che non ci sono mai state generazioni di giovani, adolescenti e giovani adulti che cercano così tanto l’adulto. Non ci sono mai state generazioni così alla ricerca di adulti significativi.
Ma noi siamo pronti? Abbiamo il tempo, lo stato psichico-affettivo per non prevaricarli e metterci in una relazione di ascolto autentica?
Credo che se c’è qualcosa che si avvicini alla felicità e quindi la speranza oggi è sentirsi in una relazione autentica in questa società dove molti, non solo i ragazzi, ma i ragazzi di sicuro, si sentono soli in mezzo agli altri.
Se sei arrivatə fin qui
…e hai trovato interessante questo post, ti propongo di non lasciare al caso o agli algoritmi sempre meno in nostro controllo il restare in contatto.
Il cambiamento relazionale è il campo in cui mi muovo e a cui mi dedico, perché lo ritengo fondamentale per benessere ed evoluzione, sia personale che collettiva.
Lasciando la tua email, riceverai uno o due articoli di questo tipo al mese, e potrai restare informatə su occasioni per apprendere e praticare quello di cui parlo:
https://darcianarvaez.com/
Darcia Narvaez, “Neurobiology and the development of human morality: Evolution, culture, and wisdom”, WW Norton & Company, 2014
Chiamandolo “Nicchia dello Sviluppo Evoluto”, Narvaez e colleghi hanno identificato le componenti delle condizioni ideali per lo sviluppo dei bambini: l’allattamento al seno dai 2 ai 5 anni, il contatto fisico quasi costante, la reattività ai bisogni del bambino, la presenza di più adulti attenti, il gioco libero con compagni di gioco di età diverse, un supporto sociale positivo per mamma e bambino. Tutti questi sono caratteristici del tipo di ambiente in cui il genere umano ha vissuto per il 99% della sua esistenza. L’allontanamento della società dal “Nido Evoluto” ha contribuito al malessere e alla disregolazione che osserviamo negli altri e nella società. Per approfondire: https://kindredmedia.org/glossary/evolved-nest/
Darcia Narvaez, 2014
Per capire il potere di impatto del bullismo sullo sviluppo della personalità basti pensare che alcuni studi e ricerche sostengono che possa modificare i tratti del disturbo narcisistico in una persona. La differenza, infatti, tra manifestazioni grandiose (overt) o vulnerabili (covert) del narcisismo sembra derivare da esperienze di bullismo o di rifiuto da parte dei coetanei durante l’infanzia che “possono far sì che le difese dei narcisisti vulnerabili siano più deboli di quelle dei narcisisti grandiosi.”
Mark D. Ettensohn, “The relational roots of narcissism: Exploring relationships between attachment style, acceptance by parents and peers, and measures of grandiose and vulnerable narcissism”. 2011. PhD Thesis. The Wright Institute.
Jane Stevens, “Donald Trump is the product of abuse and neglect. His story is common, even for the powerful and wealthy”, PACEs Connection, 28 luglio 2020
Michael D’Antonio, “The Men Who Gave Trump His Brutal Worldview”, Politico, 29 marzo 2016


