Si dice che l’Italia abbia la fortuna di essere una società in cui le persone non vengono lasciate sole, esiste solidarietà e c’è meno individualismo, grazie alla forza della famiglia.
Può darsi che questo abbia una sua verità, ma credo che si accompagni anche a una mancanza meno evidente, ma altrettanto importante. Quella della ricerca di relazioni più intenzionali e consapevoli.
Sembra paradossale, ma essere spontanei e informali non equivale ad avere relazioni di qualità.
In Italia non appena un incontro ha qualcosa di intenzionale, va un po’ più in profondità, non ci si può parlare uno sopra all’altrə, le regole della socializzazione entrano in crisi. C’è un irrigidimento improvviso, e solitamente qualcuno si sente in dovere di fare una battuta per sdrammatizzare e tornare al codice del “ci capiamo al volo qui, non ci dobbiamo sforzare”.
E così siamo sempre gli ultimi ad avere disponibili cose che in altri paesi sono diffuse ormai da anni, come cerchi di condivisione, supporto tra pari, comunicazione nonviolenta, serate di relazionarsi autentico, gruppi di mutuo aiuto, e sì perfino i tanto ridicolizzati “alcolisti anonimi”, il cui nome reale è “gruppi dei 12 passi”, uno degli esempi più sbalorditivi di “terapia di gruppo” gratuita grazie alla quale milioni di persone nel mondo superano una piaga sociale devastante come quella della dipendenza da sostanze.
Ma da cosa dipende questa nostra incapacità di intessere relazioni che non siano già codificate in modalità conosciute, comode e che non richiedono mai l’espressione del nostro mondo interiore?
Io credo proprio dalla pervasività della famiglia. Non come legame affettivo, ma come unico luogo in cui si creano e praticano le nostre competenze relazionali, e i cui codici vengono riprodotti poi in ogni altro ambiente sociale.
E non pensare che se sei single, litighi con i tuoi genitori o hai stabilito che non ti sposerai mai significa che ne sei fuori.
Ecco una serie di modalità relazionali diffusissime, che affondano le loro radici nelle dinamiche e nella comunicazione familiari, e di cui continuiamo a fare esperienza in praticamente qualsiasi gruppo.
Amò
Nelle famiglie l’appartenenza è condizionale al legame di sangue. Si appartiene che lo si voglia o meno, e non si può appartenere se non si è considerati “parte di noi”.
Questo modello ce lo portiamo dietro anche nei gruppi di amicizie. A Roma è tutto un susseguirsi di “amò” e “fraté”. E’ come se al di fuori del lessico familiare non sia possibile stabilire davvero fiducia. E quindi per potermi fidare devo includerti nel mio gruppo. E se non ne fai parte, non posso fidarmi.
La dittatura della spontaneità
Unito a questo c’è questo senso che le relazioni o avvengono come ci vengono spontanee, oppure niente. Non devono esserci frizione, intenzionalità, riflessione. Non appena si esce fuori da un senso di familiarità e immediatezza - per rispettare dei turni di parola, avere un argomento di discussione scelto, non fare una battuta ogni due frasi - ecco che non ci si sente più “a casa”.
Ma le relazioni, per la loro importanza e delicatezza, necessitano di cura, attenzione e capacità. Cose che hanno bisogno di pratica e consapevolezza, esattamente il contrario della spontaneità ad ogni costo.
Presumere
Nelle famiglie ci si conosce. O, sarebbe meglio dire, si presume di conoscersi. E così per gli altri siamo “quella che è fatta così”, “sempre il solito”, “quello difficile”.
E non sono solo i giudizi negativi. “Lei è una grande” non è diverso da “sei il peggio”. Sono entrambi modi di incasellare le persone e farle sentire viste soltanto se incarnano le aspettative altrui, soltanto se ricoprono un ruolo prevedibile.
Non sostituire il padre
Un altro meccanismo molto evidente nelle modalità di socializzazione in Italia è il timore di assumersi la responsabilità di guidare il gruppo.
Provate a prendere la parola e fare un discorso su qualcosa a cui tenete. Forse per mezzo minuto vi sarà concesso, ma al 31° secondo qualcuno farà una battuta per “smontarti”, un commento, o inizierà un discorso parallelo con le persone vicine. E altrettanto succede se si fa una proposta che non ha già un consenso preventivo, si introduce un argomento di riflessione, un’attività fuori dal comune. Per restare al riparo del giudizio o del pericolo di sbagliare, ci si attiene alle regole non scritte del gruppo, senza prendersi responsabilità. Il modello punitivo e gerarchico dei padri tradizionali che abbiamo interiorizzato, ci fa essere timorosi di assumere un ruolo visibile ed esporci.
Mangiare
Vedersi con gli amici è quasi sempre sinonimo di stare seduti intorno al tavolo, spesso in locali chiassosi dove è difficile ascoltarsi o parlare senza dover urlare.
Mangiare (o bere) insieme è una cosa bella, ma possibile che sia l’unica che ci consente di sederci in cerchio e guardarci negli occhi?
E in quale altra organizzazione sociale i pasti diventano l’unico momento in cui si sta insieme, magari con la tv accesa così da essere certi di non dover dire niente di troppo personale?
Pedagogia velenosa
Con il termine “pedagogia velenosa” Alice Miller ha identificato una serie di convinzioni, nate nell’Ottocento, su come i bambini dovrebbero essere educati. Alla base c’è una visione del bambino come guidato da impulsi malevoli, che “per il suo bene” deve essere raddrizzato, facendolo sentire sbagliato ogni qual volta segua propri impulsi o disobbedisca agli ordini. Esiste un armamentario molto ben fornito: urlare, punire, distogliere lo sguardo, minimizzare, far provare vergogna, far sentire in colpa.
Crescendo, riproduciamo queste modalità con gli altri, pensando che il nostro compito sia quello di spronarli, invece che comprenderli. Abbiamo interiorizzato un modello di crescita personale basato sul giudizio, invece che su curiosità e rispetto.
In molti paesi queste modalità sono state messe in discussione e sostituite, anche grazie al forte impatto della psicologia, ma in Italia è molto raro che avvenga.
Consenso
Nelle famiglie raramente esiste il consenso. Rispetto al contatto fisico, con le varie pressioni a “dai un bacio a zio”, “ringrazia”, “abbraccia”, in cui si instillano regole sociali di “buona creanza” slegate dal proprio sentire. Ma in modo più sottile, non è previsto il consenso rispetto a tante altre scelte: poter decidere cosa è meglio per noi, avere i propri spazi, poter dire no anche se “l’ho fatto per te”. Tutti atteggiamenti che ci portiamo dietro creando forzature sociali rinforzate da ricatti morali.
Come se ne esce?
Quando sono stato negli Stati Uniti per formarmi come community organizer, una delle cose più trasformative che appresi fu lo strumento degli “incontri relazionali”. Si tratta dell’attività che i community organizer fanno per l’80% del loro tempo di lavoro, quello che consente di creare la base di attivismo delle organizzazioni a cui danno vita. La chiamano “la cosa più radicale che insegniamo”. Ecco come viene descritta in uno dei testi di riferimento:
Crediamo negli incontri relazionali, un contatto faccia a faccia, uno-a-uno, al fine di esplorare le possibilità di un rapporto pubblico. Si tratta di un'opportunità di 30 minuti di mettere da parte le pressioni, i compiti e le scadenze del giorno per sondare un'altra persona, guardare nel suo talento, energia e visione. Il punto di vista dell'altra persona è di valore primario. Le loro storie e intuizioni e ricordi sono più importanti di un nome su una petizione o della donazione per una causa.1
Tornato in Italia iniziai subito a fare e insegnare gli incontri relazionali, convinto che questa scoperta così entusiasmante sarebbe stata contagiosa. Ma mentre suscitava entusiasmo durante i workshop, dando alle persone un senso di connessione con le altre e una visione di come poter costruire comunità più ampie, presto mi accorsi che finita la formazione praticamente nessunə li metteva in pratica.
Quando chiedevo perché, alcune persone iniziarono a dirmi che si trattava di qualcosa di forzato e troppo formale, che incontravano diffidenza, o non si sentivano di chiedere alle persone di incontrarle senza qualcosa di chiaro da dirle.
Iniziai a dire nelle formazioni che se volevamo costruire relazioni di fiducia fuori delle cerchie di persone che già conoscevamo, dovevamo accettare un certo grado di forzatura. E che quella forzatura era il segnale che stavamo cercando di creare una relazione effettivamente nuova.
Per creare nuove modalità di relazionarsi occorre sia intenzionalità che disobbedienza.
Occorre saper avere a cuore le persone tanto da mettersi in gioco.
E avere a cuore se stessə tanto da disobbedire ai canoni che ci chiedono di adeguarci, silenziarci, conformarci alle dinamiche del gruppo.
Ma come ogni lavoro di cura e ribellione, non può essere fatto da solə.
Vieni a In RISONANZA, uno spazio che ho creato per coltivare competenze relazionali, trova altri gruppi che cercano di coltivare relazioni più autentiche, o creane uno tu.
Non bisogna abolire la famiglia per farlo. Piuttosto, emanciparci dalla trappola del famigliare.
Mi piacerebbe sapere che ne pensi nei commenti.
P.S. Devo a Sara Faroni l’ispirazione per questo articolo grazie a una conversazione avuta in macchina
Cynthia Perry, “IAF: 50 years. Organizing for change”, Industrial Areas Foundation, 1990


